Il PD litiga sulle cene, Matteo Renzi prepara la sorpresa

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È una estate interessante per l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi, non c’è dubbio. Basta leggere le cronache dalle feste de L’Unità per capire come quello che, per suo stesso proposito, sarebbe dovuto essere un “senatore semplice”, si sia ritagliato uno spazio sempre più ampio, giorno dopo giorno, comizio dopo comizio. Da Ravenna a Firenze, l’intervento dal palco di Renzi è stato “l’evento” in grado di generare titoli sui giornali e clip da condividere sui social network. Il tutto accompagnato dai soliti consigli degli illuminati su cosa debba fare Renzi per salvare il Paese dagli sfascisti: un nuovo partito riformista e moderato con Calenda, Minniti e Gentiloni. Roba da infiammare le masse popolari, immaginiamo, ma che in ogni caso basta a scatenare un dibattito surreale. La dimostrazione più chiara è nella vicenda della cena organizzata, annunciata e poi annullata dall’ex ministro dello Sviluppo Economico, che ha poi rilasciato un’intervista pacata in cui spiega che “l’unico segretario che si dovrebbe candidare è il presidente dell’associazione di psichiatria“.

È innegabile che l’attivismo di Renzi stia mettendo in moto processi in grado di influenzare in maniera determinante non solo l’esito del prossimo congresso del Partito Democratico, ma anche la ricomposizione del campo dell’opposizione al governo Lega – M5s. Lui per il momento “fa sapere” di non volersi candidare alla segreteria del Partito Democratico e, capiremo perché, non affronta pubblicamente la discussione sul nome su cui convergere o (provare a) vincere il congresso. L’idea è quella di restituire la sensazione che si tratti di una questione minore, o almeno secondaria. Il punto è capire quale futuro ha il Partito Democratico e con quale piattaforma politica si immagina di invertire il trend negativo dei sondaggi. In altre parole, prima di rispondere alla domanda su quale segretario (in campo sostanzialmente c’è il solo Zingaretti, con un progetto ambizioso ma molto complesso), bisognerebbe capire di “quale partito” stiamo parlando. E se ci sarà ancora un partito.

Qualche giorno fa, il Presidente del partito Matteo Orfini ha scritto una breve riflessione sul suo profilo Facebook che ha avuto una lunga coda polemica. Orfini si è chiesto che senso avesse “fare subito un congresso basato su accordi tra correnti e filiere di tessere e preferenze”, argomentando sulla necessità di un chiaro segnale di discontinuità: “Io vorrei semplicemente che chiedessimo a chi ha voglia di combattere la destra di venire a rifondarlo con noi il Pd. Riscrivendo insieme le regole del nostro stare insieme, ripensando insieme la nostra forma organizzativa, rielaborando insieme il nostro progetto politico. […] E per farlo credo che dobbiamo mettere in discussione le nostre micro e macro rendite di posizione. Accettando appunto di rifondare il Pd. Che peraltro è anche l’unico modo per disarticolare correnti e rendite di posizione”. Nel PD di adesso, però, lo spazio per le riflessioni di senso sembra essere ridotto al minimo e le parole di Orfini sono state giudicate solo come l’ennesimo espediente per rimandare il Congresso, nella considerazione che “i renziani non hanno ancora il candidato”. Così, Martina si è affrettato a dire che non vi è in discussione né lo scioglimento del partito né il rinvio del Congresso, parlando già di primarie a gennaio; Giachetti ha cominciato lo sciopero della fame fino a che non sarà indicata la data del congresso; Gentiloni ribadisce che il congresso è “la sola cosa che gli interessa”.

In questo contesto, Renzi ha una strategia semplice: lasciare che si alzi quanta più polvere possibile, senza partecipare direttamente alla caciara e imponendo de facto la linea del “niente sconti” alla maggioranza di governo. I comizi tenuti alle Feste de L’Unità, pieni di semplificazioni, battutine e forzature, ma soprattutto di durissimi attacchi al governo, hanno seguito questa logica, che comprende un sostanziale silenzio rispetto alle vicende interne al partito. Anche perché Renzi sa benissimo che l’avvicinamento al Congresso è tutt’altro che semplice, dal punto di vista regolamentare e dal punto di vista politico. Ettore Maria Colombo su QN spiega con precisione il perché:

“Il Pd ha uno Statuto complicato quanto arzigogolato. Pochi sanno, per esempio, che – sempre per Statuto – i segretari regionali delle 20 regioni italiane si tengono ‘prima’ e non ‘dopo’, come sarebbe logico attendersi, al congresso nazionale. E, almeno quelli, sono già iniziati […] Ma, per convocare il congresso straordinario, la cui scadenza ordinaria sarebbe il 2020, serve un atto tutto politico: le dimissioni di Maurizio Martina dalla carica di segretario. Solo a quel punto si può aprire la trafila ‘straordinaria’: convocazione dell’Assemblea nazionale, massimo organo del Pd, che prende atto delle dimissioni del segretario e conferisce il mandato alla Direzione nazionale di scrivere le regole congressuali, accettare la presentazione dei candidati e indire i tempi del congresso, tutte scelte che dopo sempre un’altra Assemblea nazionale sarà tenuta a ratificare. Solo a quel punto si apre la campagna elettorale prima tra gli iscritti e poi tra gli elettori che si dichiarano ‘democratici’ e che votano, dunque, in una sorta di doppio turno con ballottaggio finale che, però, avviene tra i primi quattro classificati e non, come sarebbe normale, tra i primi due”.

Complessità che rendono abbastanza arduo immaginare che i tempi possano essere quelli indicati da Martina, il cui futuro politico peraltro non è chiarissimo. E a ottobre ci sarà la Leopolda 8, che dovrebbe dare la risposta definitiva alla domanda “cosa farà Renzi”. L’ex segretario ha annunciato una grossa sorpresa, anticipando che intende fare “qualcosa di diverso dal solito”. Le ipotesi sono tante, ma qualcuna ha più consistenza delle altre, almeno stando a quanto raccolto fra i renziani da Fanpage.it. In primo luogo c’è la possibilità che Renzi annunci la nascita di un nuovo movimento (una associazione, un gruppo, insomma va bene ogni parola che non sia “corrente”), che dovrebbe essere ben radicata all’interno del PD. Si tratterebbe del primo passo verso la versione riveduta e corretta di quella “En Marche italiana” (anche se ci rendiamo conto che il frame macroniano non gode di ottima salute), di cui molto si era parlato qualche mese fa. È molto probabile che Renzi non abbia intenzione di “andare oltre il PD”, almeno non in una prima fase, ma di (provare a) vincere il congresso e successivamente imprimere una svolta per “completare la rottamazione”, portando definitivamente il partito nel campo moderato. Una creatura politica “contro il governo degli sfascisti”, come da tempo gli suggerisce qualcuno, insomma. Il punto è che Renzi non considera corretta la lettura di chi vede all’orizzonte un nuovo bipolarismo sovranisti (Lega + estrema destra) / populisti (con il M5s che dovrebbe dialogare con le forze residuali a sinistra) ma crede che ci sia la concreta possibilità di organizzare l’opposizione al fronte unico “populista – sovranista” intorno a un soggetto europeista e moderato, che sia gestito da una classe dirigente affidabile e competente. Un compito cui questo PD non può aspirare, per tutta una serie di ragioni. Il problema vero è che i renziani non sembrano avere un nome in grado di vincere le primarie (nelle sezioni e nelle federazioni potrebbe invece andare diversamente) e le due vere risorse di cui si parla con insistenza, Boschi e Ascani, rischiano di perdere contro politici più esperti e meno divisivi.

Per questo c’è l’ipotesi alternativa, che ha una certa suggestione. Renzi, infatti, non considera affatto conclusa la sua parabola politica e pensa di poter tornare a essere un leader “spendibile”. E l’occasione migliore, si ragiona in casa renziana, sarà fornita proprio dal prevedibile “bagno di sangue” delle Europee 2019, che potrebbero pesare sul nuovo segretario del partito in modo irrimediabile. A quel punto, si potrebbero determinare le stesse condizioni che agevolarono l’ascesa di Renzi nel post elezioni 2013: un partito allo sbando e militanti pronti anche a perdonare l’unico leader che li ha portati a un (seppur effimero) successo elettorale negli ultimi anni. Per questo Renzi vuole farsi trovare pronto, ma senza “compromettersi” al Congresso: in altre parole, la sua “corrente” potrebbe anche non esprimere un nome, ma strutturarsi ed essere pronta a dare battaglia successivamente. Fuori o dentro il PD, a quel punto, conterebbe relativamente.

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