“Ha lanciato i figli dalle scale”. Roma choc: 1 e 2 anni l’età. Epilogo devastante. Ecco perché lo avrebbe fatto

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Una donna detenuta nel carcere di Rebibbia, a Roma, ha tentato di uccidere i suoi due figli gettandoli dalle scale. Uno dei due bambini è morto, l’altro è in gravi condizioni e stanno provando a salvarlo. Il bambino morto era il minore tra i figli della detenuta a Rebibbia, e aveva solo 4 mesi. Il maggiore ha due anni ed è stato trasportato d’urgenza in ospedale. Lo si apprende dal presidente della Consulta penitenziaria e responsabile della Casa di Leda, Lillo Di Mauro. “Il fatto sarebbe accaduto – ha spiegato – all’interno della sezione nido, dove sono ospitati bimbi fino a tre anni”. In mattinata la donna avrebbe dovuto avere un colloquio con i suoi parenti. È quanto si appreso da fonti del Dap in merito alla vicenda della detenuta che nel carcere di Rebibbia ha ucciso uno dei suoi figli. La donna, di origini tedesche, probabilmente affetta da depressione, ha spinto i piccoli, di 1 e di due anni giù dalle scale mentre con loro rientrava dal giardino del nido. Tutto sembrava normale prima del raptus della giovane donna: ha preso i bimbi e uno alla volta, in pochi istanti, li ha lanciati sul selciato.

Per il minore non c’è stato scampo e sarebbe morto sul colpo. Il maggiore invece è ancora vivo e lotta tra la vita e la morte, all’ospedale Bambino Gesù di Roma. “Con 900mila euro all’anno si può evitare una vergogna, garantendo i diritti ai bambini dei genitori detenuti. Il caso di Rebibbia, con la donna che ha ucciso un bimbo, è la conferma che serve sanare questa piaga e ritornare al rispetto della Dichiarazione universale dei diritti del Fanciullo. Ci sarebbe il modello detentivo delle case famiglia protette da seguire.

Serve volontà politica e un minimo d’investimento”. Lo dichiara Andrea Maestri della segreteria nazionale di Possibile. “Secondo i dati risalenti al 31 agosto 2017 – aggiunge Maestri – negli istituti di detenzione, risultavano reclusi 60 bambini, 25 di italiane e 35 di mamme straniere. Si tratta di un numero in apparenza piccolo, ma che non si può ignorare. Il ministro della Giustizia Bonafede si faccia carico della situazione per risolverla con un intervento legislativo puntuale”. 

Questa divisione femminile del carcere di Rebibbia, è una struttura distaccata dal resto dei plessi dove le donne vivono in cella con la sorveglianza di personale femminile della polizia penitenziaria ma anche operatrici, puericultrici, una pediatra. In ogni cella c’è un letto con una culla in legno accanto, e nel reparto una ludoteca e un cucinotto per preparare i pasti e le pappe. Una scala – forse quella da dove sono caduti i bambini – porta poi al giardino dove ci sono i giochi, compreso uno scivolo.

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