Juventus – Bologna Streaming Gratis Diretta Live Tv Rojadirecta….Come Vedere | Newsitaliane.it

Juventus – Bologna Streaming Gratis Diretta Live Tv Rojadirecta….Come Vedere

In quanto patrimonio dell’umanità bianconera, Paulo Dybala merita un trattamento d’autore, da prossimo genio del pallone da accostare a Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. Ma non si tratta soltanto di una valutazione tecnica. La Joya va a braccetto con la Pulce e CR7 perché simbolo con il quale identificarsi, perché colonna portante attorno alla quale costruire la fortezza bianconera del domani. Il presente è di stretta attualità: un rinnovo ancora da definire, ma nell’ottimismo generale che si respira nel club bianconero e con l’altrettanto positivo approccio dell’entourage dell’argentino.

La volontà comune è andare avanti insieme affinché la Juventus non sia trampolino per un salto in alto, bensì ciò che si è guadagnato sul campo e fuori: un top club d’Europa. E non è solo una questione di prestigio o blasone, ma pure di fatturato in crescita. Massimiliano Allegri riparte dalla Joya e non vuole nemmeno sentire parlare di mercato: solo pronunciare il sostantivo lo infastidisce. «Non mi fanno arrabbiare le voci su Dybala, semplicemente perché parliamo di un giocatore della Juventus. E basta. E soprattutto è un giocatore che arriva da due mesi di infortunio, è un giocatore che nei secondi sei mesi per noi sarà importante come lo sarà Pjaca. Del presunto assalto del Real non so nulla e non mi interessa, del mercato se ne occupa la società. E con il Bologna Paulo gioca».

Ma la vera domanda non è legata all’interesse di Florentino Perez per Dybala: quello rientra nella normalità delle cose calcistiche, trattandosi di uno dei talenti più cristallini del calcio mondiale. Sarebbe strano il contrario. Il quesito piuttosto è un altro: dando per buona una possibile proposta estiva da 90 milioni più il ritorno in bianconero di Alvaro Morata, per una valutazione complessiva oscillante tra i 120 e i 130 milioni, ma davvero alla Juventus una offerta così verrebbe presa in considerazione? Quale valore aggiunto ne trarrebbe il club bianconero? In quale modo quella ipotetica cifra potrebbe servire per sostituire un giocatore come Dybala che, con tutta la stima per Morata, sostituibile non è?

La Joya invece rappresenta per la Juventus – la quale, giusto sottolinearlo, ha sempre lasciato intendere di non voler vendere il proprio fuoriclasse – l’occasione di mandare un messaggio in Italia e in Europa: costruire una squadra sempre più ambiziosa partendo dalla conferma del suo campione rappresentativo, trasformandolo in una sorta di Alex Del Piero del futuro, non soltanto nell’immagine iconografica della tifoseria. La gente bianconera è affamata di trionfi, ma è anche legata ai propri simboli: un top club si fonda sui grandi acquisti, ma anche sulle conferme eccellenti. E la Juventus lo sa, dato che in estate ha respinto ogni assalto possibile a uno scienziato della difesa come Leonardo Bonucci, nonostante le tentazioni milionarie della Premier. E’ l’unica strada possibile per un top club mondiale.

E’ evidente che la prosecuzione del rapporto debba passare da un rinnovo di contratto da big. E il prolungamento non è propedeutico a una cessione, bensì la maniera più efficace per rimarcare l’intoccabilità della Joya nel firmamento juventino. Del resto il denaro non è tutto, ma se la tentazione Real può spingersi oltre, offrendo stipendi dai 10 milioni a stagione in su, la Juventus ha l’opportunità di dimostrare all’argentino lo status di top player anche con l’ingaggio. Non è certamente un mistero il fatto che l’attaccante non sia nemmeno nei primi cinque tra i più pagati dei calciatori bianconeri con i suoi 3 milioni a stagione. Il modello di riferimento è chiaro e rappresenta anche il tetto salariale: avvicinare i 7,5 milioni di Gonzalo Higuain è la via per apporre le firme su un rinnovo già “apparecchiato” nei mesi scorsi. Il manager di Dybala sarà a Torino nella seconda metà di gennaio per valutare la proposta della società bianconera e chiudere definitivamente la questione con un prolungamento fino al 2021 e il consistente ritocco di stipendio a testimoniare la volontà della Juventus di ergere la Joya a stella polare dell’ambizioso progetto che ha come doppio obiettivo il dominio in Italia e la conquista della Champions.

Le sensazioni sono positive, da entrambe le parti, perché la volontà è condivisa. E che poi il Real e il Barcellona, comprensibilmente, possano desiderare un fuoriclasse del calibro di Dybala è naturale. Ma se Messi è il monumento del Barcellona e Ronaldo quello del Real Madrid, allora Paulo deve essere quello della Juventus. Senza trattative. E senza ombra di dubbio.

Ufficialmente Patrice Evra sta valutando alcune situazioni relative al suo futuro, ha comunicato la Juventus, ma la sua esclusione dalla lista dei convocati per la partita di stasera contro il Bologna pone di fatto fine alla sua esperienza bianconera. Tanto più che, visto l’infortunio di Alex Sandro (pronto al rientro mercoledì in Coppa Italia con l’Atalanta o domenica a Firenze), la sua presenza sarebbe stata particolaremente utile. Il posto del brasiliano lo prenderà Kwadwo Asamoah, arretrato per l’occasione sulla linea difensiva a quattro: «Giocherà Evra o Asamoah», aveva detto Allegri nella conferenza di vigilia, poche ora prima che il comunicato con i 20 arruolabili sciogliesse il dubbio.

Il possibile addio dell’ex Manchester United con sei mesi d’anticipo rispetto alla scadenza del contratto è un’ipotesi che è diventata giorno dopo giorno più concreta nelle ultime settimane, ma la mancata convocazione per la partita di stasera è comunque sorprendente. Pensare a un Evra lasciato fuori perché disturbato dalle voci di mercato, a 35 anni e con più di 10 stagioni di esperienza ai massimi livelli, appare francamente strano, tanto più che il tecnico lo aveva apertamente candidato a un posto da titolare. L’esclusione fa pensare a una partenza imminente, questione di ore, e alla volontà del giocatore di calarsi già nel proprio futuro. Ma dove? Le due possibili destinazioni note sono lo stesso Manchester United, dove a fine carriera sarebbe pronto per il francese un posto da dirigente, e il Valencia, terzultimo nella Liga e che ha appena visto dimmettersi allenatore, Prandelli, e direttore sportivo, Pitarch. Con tutto il rispetto per il club spagnolo, la pista inglese sembra decisamente più allettante. Talmente più allettante da far sorgere il dubbio che l’esigenza di Evra di valutare la situazione sia dovuta alla presenza di un’altra pretendente: e, visto quanto sta avvenendo in questo mercato, non si può certo escludere un assalto cinese.

Ciò che ormai è sicuro è la separazione anticipata dalla Juventus, impensabile fino a un mese fa, visto che l’esterno era anche uno dei senatori dello spogliatoio, e consumatasi invece con la rapidità di uno strappo. Uno strappo che lascia un buco nella rosa. La soluzione Asamoah ha due possibili controindicazioni: il ghanese ha caratteristiche abbastanza offensive per giocare in una difesa a quattro e viene da due stagioni e mezzo costellate da problemi fisici. Potrebbe adattarsi alla grande all’arretramento e potrebbe essersi lasciato definitivamente alle spalle ogni acciacco, ma per avere delle certezze alla Juventus serve un giocatore di ruolo. Anche perché di Asamoah potrebbe esserci bisogno a centrocampo.
La società è già attiva da tempo su questo fronte, dal momento che il contratto di Evra sarebbe comunque scaduto a giugno, poco dopo il suo 36° compleanno. Già in estate Marotta e Paratici hanno tentato Mattia De Sciglio, il cui contratto col Milan scadrà nel 2018 e che può giocare anche a destra, dove ci sarà da raccogliere l’eredità di Lichtsteiner (pure lui in scadenza e prossimo a compiere 33 anni) e Dani Alves (che viaggia verso i 34). Un nuovo assalto era già in programma e potrebbe essere anticipato. Prodotto del vivaio milanista come De Sciglio, anche Matteo Darmian possiede la preziosa dote di saper agire su entrambe le fasce e allo United ha vissuto un avvio di stagione difficile. Per lui si profila un duello con l’Inter, così come per Ricardo Rodriguez, svizzero di origine cilena del Wolfsburg, sul quale i bianconeri hanno chiesto informazioni. In Germania, però, il nome più caldo è senza dubbio quello di Sead Kolasinac, 23enne bosniaco con passaporto tedesco che a giugno si svincolerà dallo Schalke 04, mentre resta apprezzato lo spagnolo Grimaldo del Benfica, per il quale è però più difficile chiudere subito. Tornando all’Italia, invece, questa sera Adam Masina, in passato sui radar juventini, proverà a guadagnarsi nuove attenzioni.

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La vigilia verso la sfida col Bologna, in casa Juve, è stata inevitabilmente condizionata dalla situazione legata a Evra. Il francese è passato dall’essere in ballottaggio con Asamoah durante la conferenza della vigilia, all’essere escluso dai convocati. Spalancando quindi le porte al ghanese, pronto a candidarsi subito sul campo al ruolo di prima alternativa di Alex Sandro. Anche senza Evra, infatti, Allegri dovrebbe confermare la difesa a quattro lanciando Asamoah terzino sinistro: sull’altra fascia confermato Lichtsteiner, mentre è testa a testa tra Rugani e Barzagli (quest’ultimo è favorito) per affiancare Chiellini al centro della difesa. Rispetto a Doha, non sarà solo Asamoah a rappresentare la novità. Fuori dai convocati anche Buffon, che continuerà ad allenarsi smaltendo i postumi dell’attacco influenzale che lo ha colpito negli scorsi giorni: tra i pali dunque ci sarà Neto. Molto più atteso è però Dybala, unico attaccante sicuro del posto in attesa che il tecnico sciolga i dubbi legati al ballottaggio Higuain-Mandzukic che vedono il Pipita favorito sul croato. Ad ispirare la coppia d’attacco titolare ci sarà ancora Pjanic, trequartista supportato da una mediana che non dovrebbe vedere ancora dal primo minuto El General Rincon, ma confermare il trio Khedira-Marchisio-Sturaro: provato in settimana da mezz’ala, per il momento il ruolo del Principino dovrebbe essere ancora quello del regista basso.

Ancora una volta rosa ridotta all’osso quindi, in attesa che in settimana possano rientrare anche Alex Sandro e Bonucci. Pronti all’uso però dalla panchina due armi che potranno fare la differenza come Cuadrado e il rientrante Pjaca, che tra stasera e mercoledì rivedrà sicuramente il campo. Da segnalare la convocazione anche dei giovani Del Favero (portiere classe ‘98) e Semprini (terzino destro ‘98), mentre Mattiello registra un altro infortunio: frattura del naso per lui durante l’amichevole della Primavera con l’Alpignano.

BOLOGNA  Se c’è una cosa che gli allibratori odiano è perdere soldi. Dunque se pagano una vittoria del Bologna allo Juventus Stadium fino a 19 volte la posta non è per fare beneficienza. La gara di stasera sulla carta è segnata, ma soprattutto dopo le pause le sorprese non mancano. Senza contare che i rossoblù già lo scorso anno rallentarono la cavalcata bianconera.
Roberto Donadoni si attacca anche a questo, al fatto cioè che le partite vanno giocate tutte, soprattutto se i suoi gli offriranno il giusto approccio: «Il Bologna – spiega l’allenatore – deve essere aggressivo e determinato, capace di produrre una gara intensa. Se ti difendi soltanto, basta un errore, poi subisci e diventa difficile recuperare. Il sistema migliore è far capire all’avversario che ci siamo. Se sei soltanto succube, risulti penalizzato. Mi preme la prestazione, l’atteggiamento positivo per provare di creare qualche problema alla Juventus».

Il tecnico bolognese dice di avere un paio di dubbi di formazione da risolvere nell’imminenza della gara. Gastaldello ha avuto qualche problemino fisico, ora risolto. A centrocampo Nagy e Donsah si giocano una maglia: il primo rappresenta la scelta più razionale; il secondo potrebbe reggere meglio sul piano fisico contro Khedira. In attacco Rizzo ha maggior gamba di Mounier, quindi tutto sommato offre maggior solidità nella copertura alta in fascia. Sì, perchè ci sarà molto da correre per tutti, a cominciare da Mattia Destro chiamato a una prova senza indolenza.
«Non è che mi preoccupano le scelte – dice ancora Donadoni, infreddolito dagli ultimi giorni del ritiro a Catania, dove il Bologna ha trovato temperature artiche – quanto invece mi interessa che chi gioca sia convinto di poter fare la prestazione».

La Juventus torna in campo dopo la sconfitta subita dal Milan a Doha in Supercoppa sperando di ritrovare se stessa ed i propri punti di forza, in particolare le certezze difensive e gli automatismi offensivi.

La squadra bianconera riparte con un Tomas Rincon in più nel motore e Massimiliano Allegri pare interessato a bruciarlo subito come combustibile fresco per dare più giri alla squadra, dovendo anche turnare i suoi in vista del prossimo impegno infrasettimanale (mercoledì in coppa Italia contro l’Atalanta). Il centrocampista venezuelano è una alternativa credibile a Sami Khedira e Stefano Sturaro nel rombo. I suoi dati medi a partita, dopo le prime 18 giornate di campionato, sono impressionanti se comparati a quelli dei pari ruolo bianconeri. Si deve naturalmente considerare il contesto di gioco diverso, ma la comparazione rimane, a mio avviso, significativa. El General ha una capacità di interdizione doppia ed è superiore anche nella precisione di passaggio, qualità che lo porta a creare un assist a partita. Infine arriva ogni partita al tiro da fuori, caratteristica sempre utile quando si affrontano difese molto arroccate. In attesa dei grandi top player si tratta, quindi, di un acquisto di grande sostanza, di sicura affidabilità e pronto subito.

La squadra di Donadoni, che negli ultimi tre mesi ha saputo vincere solo contro le ultime delle classe, Palermo (20 novembre) e Pescara (18 dicembre), è sicuramente avversario alla portata dei bianconeri.
Il Bologna è una formazione che non esprime grandissima aggressività, si abbassa in fase difensiva piazzandosi con nove giocatori sotto la linea della palla (quattro difensori e cinque centrocampisti) e lasciando il solo Destro in avanti. Viviani diventa in certi frangenti quasi un difensore aggiunto: per palle recuperate si attesta, infatti, sugli stessi livelli di Gastaldello e Maietta.
In fase di possesso i felsinei cercano di ragionare puntando sulle qualità tecniche di Nagy (ambidestro, molto mobile e dotato di buone intuizioni nello stretto), che potrebbe essere controllato proprio dall’ “esordiente” Rincon, col compito di sviluppare le ripartenze sui suoi break difensivi.
Donadoni ricerca molto anche l’uscita sui terzini, a destra con Torosidis e a sinistra con Masina, entrambi più bravi a spingere che a difendere. Sono loro a dare ampiezza e cross alla squadra. Alto a destra potrebbe giocare uno tra Rizzo, che sarebbe una scelta difensiva, e Mounier, più bravo invece a tagliare il campo senza palla a a dettare il passaggio in profondità. Sull’out sinistro Krejci si fa apprezzare per dinamismo (anche nelle coperture), potenza e irruenza nell’inserimento in area, dove può andare a concludere anche da distanza ravvicinata.

Allegri pare intenzionato a ripartire dal 4-3-1-2 ma dovrà dare un senso tattico alla posizione di Pjanic, apparso abbastanza fuori dal gioco a Doha. Il Bologna gioca, seppur con meno qualità, col lo stesso 4-3-3 del Milan per cui il bosniaco dovrà muoversi dalla trequarti per trovare spazi giocabili, essendo quella zona sicuramente presidiata da Viviani. Il consiglio è di ampliare il raggio d’azione scambiando la propria posizione con gli interni nella fase di costruzione e, soprattutto, attaccando la profondità una volta che la manovra arriva negli ultimi 30 metri. Il suo compito dovrà essere quello di smarcarsi dietro i difensori rossoblù, lasciando a Higuain il compito di andare a cercarsi spazio tra le linee. Di fatto diventerebbe il Pipita il vertice alto del rombo. Arrivando alle spalle di Viviani potrà ricevere palla senza essere visto dal metodista avversario, per poi alimentare l’azione dopo aver squilibrato la difesa. Nei buchi creati dal suo movimento a ritroso si butteranno, oltre ai compagni di reparto, anche gli interni di centrocampo.

Si dovrebbe trattare, insomma, di un tridente a porte girevoli in grado di togliere punti di riferimento a Gastaldello e Maietta. Dybala partendo largo a destra riceverà spesso palla nella zona di Masina per poi sfruttarne i limiti difensivi nell’ “uno contro uno”. Rientrando sul sinistro (quindi sul destro dell’avversario, il piede debole del difensore rossoblù) l’argentino non dovrà pensare soltanto a rifinire l’azione, aspetto comunque rilevante, ma anche a cercare con più convinzione la finalizzazione. I suoi gol servono a lui e alla squadra. La sua bassa capacità realizzativa, ferma al 10% (la metà di quella di Higuain e Mandzukic), è indice di un disagio tattico che va oltre i due errori decisivi di Doha.

Avendo il Bologna in Destro la sua unica punta, è ipotizzabile che Allegri rinunci ai tre difensori centrali. Scontata quindi la scelta di giocare a quattro. Barzagli e Chiellini sono, comunque, una garanzia nonostante il perdurare dell’assenza di Bonucci. Qualche problema in più potrebbe esserci sulle fasce in una partita dove sia Lichtsteiner sia Asamoah, probabile titolare a sinistra vista la mancata convocazione di Evra, dovrebbero dare spinta e ampiezza in fase di possesso, ma anche copertura e contrasto in fase difensiva. Mancano francamente delle alternative valide nell’organico attuale vista l’indisponibilità di Alex Sandro. L’unica opzione, se durante la partita ci fosse bisogno di attaccare maggiormente, sarebbe quella di passare al 4-3-3 con l’inserimento di Cuadrado o Mandzukic al posto di Pjanic. Alternativa che forse dal punto di vista prettamente tattico, sarebbe la più logica.

Ricordo che qualche anno fa ebbi una discussione con Roberto Donadoni (con cui ho collaborato quando era ct azzurro), dopo una partita persa dal suo Parma a Napoli. Era il 2012. Il Napoli di Mazzarri era noto per la sua capacità di giocare in verticale coi vari Hamsik, Cavani, Pandev (in quell’occasione non c’era Lavezzi). Io sostenevo che il Parma aveva concesso spazio inopinatamente al contropiede azzurro con un atteggiamento troppo spavaldo puntando su centrocampisti tecnici ma fragili difensivamente (Parolo, Valdes, Galloppa). Ne nacque una conversazione accesa. Lui sosteneva, al contrario, che la sua scelta di far giocare sempre a calcio la squadra alla lunga sarebbe stata vincente. La sua convinzione di scegliere giocatori tecnici fu alla fine giusta. Il Parma conquistò un bel piazzamento e fece ancor meglio l’anno successivo. Questa è l’impronta che Donadoni dà alle sue squadre, la tecnica al primo posto, anche a discapito dell’efficacia immediata. Anche come ct cercò di mettere in campo idee (De Rossi e Pirlo insieme) e piedi buoni (Cassano sempre). Non a caso nella sua tesi al corso Master di Coverciano, tutta dedicata al dribbling, Donadoni sottolinea l’importanza delle capacità cognitive che permettono la riuscita del gesto tecnico: controllo emotivo, fiducia, responsabilità. Qualità che il mister cerca di costruire attraverso un lavoro integrato che racchiuda la pluridimensionalità della partita dove tecnica, tattica, fattori fisici e mentali si mischiano e sono in continua evoluzione. Gli allenamenti sono abbastanza brevi e comunque mai più di 75′. Quello che conta sono intensità e attenzione mentale, ovvero “l’abitudine a dare il 100% ad ogni allenamento”.

In campo il mister lascia molto spazio ai suoi collaboratori. Non è raro vedere Luca Gotti, il suo secondo, anche lui con un passato da allenatore nelle nazionali giovanili, condurre esercitazioni tattiche. Donadoni osserva e manda indicazioni. Insomma si gioca di squadra anche nello staff tecnico. Luca Gotti prepara anche un video di 15’ con l’analisi della partita disputata per evidenziare errori o azioni positive in funzione del messaggio che si vuole trasmettere alla squadra alla ripresa degli allenamenti. Molto dipende dal momento psicologico. Durante il microciclo settimanale si lavora molto anche sulle caratteristiche degli avversari.
La Juventus gioca d’anticipo su Rodrigo Bentancur. Il talento del Boca Juniors, prenotato per l’estate, potrebbe arrivare a Torino già in questa sessione di mercato. E’ molto più che un’idea. E’ uno scenario che, stando a quanto filtra da fonti argentine, potrebbe diventare concreto nei prossimi giorni. Il cambio di programma non stupisce più di tanto: ingaggiato Tomas Rincon – e sfumato Axel Witsel (accasatosi in Cina da Fabio Cannavaro) – in corso Galileo Ferraris prende corpo il progetto di rinforzare ulteriormente la mediana con quello che in Argentina viene considerato il “Pogba del Sud America”. L’ultima parola spetterà a Daniel Angelici, presidente del Boca Juniors. Ma il numero uno della Bombonera è in ottimi rapporti con la Juventus e secondo i ben informati alla fine non si opporrà all’addio anticipato del suo gioiellino.

La prelazione dei bianconeri su Bentancur, eredità della cessione di Carlos Tevez dell’estate 2015, scade ad aprile, ma la Juventus ha già comunicato al Boca Juniors l’intenzione di portare a termine l’operazione saldando i restanti 9 milioni. Affare blindato. Gli incastri del mercato di gennaio hanno però convinto i campioni d’Italia a bruciare i tempi per lo sbarco dell’uruguaiano. Un modo per rinforzare la mediana bypassando le restrizioni della lista (gli Under 21 sono illimitati) e soprattutto per consentire al 19enne di Nueva Helvecia un atterraggio più morbido in Italia e nella Juventus. Bentancur ripercorrebbe le orme di Stefano Sturaro. L’ex genoano nel 2015 arrivò a inizio gennaio, con mezza stagione d’anticipo rispetto ai programmi estivi. Comunque in tempo per giocare titolare la semifinale d’andata di Champions contro il Real Madrid di Cristiano Ronaldo. Un precedente che lascia ben sperare Bentancur, fin da piccolo abituato a bruciare le tappe. «La Juventus è un sogno, già ora la seguo in televisione», ha raccontato nei giorni scorsi il ragazzo.

Il centrocampista uruguaiano raggiungerebbe l’Italia tra la fine di questo mese e l’inizio di febbraio. La data esatta dipenderà dai risultati della sua Nazionale al Sub 20, la vetrina sudamericana dedicata agli Under 20. Bentancur è considerato una delle stelle dell’Uruguay e in generale di tutto il torneo in programma in Ecuador dal 18 gennaio all’11 febbraio. In caso di finale, il talento del Boca Juniors si unirebbe alla squadra di Allegri a metà febbraio, poco prima degli ottavi di Champions contro il Porto. Nel caso di Bentancur ha poca importanza: è considerato un investimento per il futuro, a prescindere dagli obiettivi stagionali. Il salto dal Sud America alla Juventus è importante e in corso Galileo Ferraris vogliono renderlo il più agevole possibile perché sono convinti che Bentancur possa diventare un giocatore di livello. Qualità e fisico lasciano ben sperare. Schelotto, allenatore del Boca Juniors, lo impiega da centrocampista centrale, ma è convinto che il suo allievo prediletto possa diventare una mezzala devastante.

Tolisso&C

I movimenti che si registrano sul fronte Bentancur influenzano soltanto in parte le altre piste del mercato bianconero. Il gioiellino uruguaiano ha 19 anni e di conseguenza non toglierebbe spazio in lista per eventuali altri acquisti. Marotta e Paratici al momento hanno come priorità la fascia sinistra, cioè il sostituto di Patrice Evra (i dettagli a pagina 3), ma al contempo continuano a tenere le antenne dritte sulle possibili opportunità del centrocampo. L’obiettivo non è “comprare tanto per farlo”, quanto piuttosto verificare se per qualcuno dei centrocampisti nel mirino per l’estate (da Tolisso a Dahoud, passando per Bakayoko e N’Zonzi) possa aprirsi uno spiraglio immediato. I primi sondaggi non sono stati molto incoraggianti, ma soprattutto per Tolisso – un vero e proprio pallino – gli uomini mercato juventini resteranno vigili fino alla fine. Un’opportunità, a patto che si possa trasferire in prestito, potrebbe diventare pure Luiz Gustavo, desideroso di lasciare il Wolfsburg. Sul brasiliano ex Bayern Monaco sembrano però più calde Inter e Nizza.

Paulo Dybala ha la faccia da ragazzino ma la solidità mentale di un giocatore navigato e non sarà un calcio di rigore sbagliato a gettare ombre sul suo futuro. Se il 2016 è finito come mai avrebbe voluto, allora a maggior ragione il 2017 deve iniziare sotto una nuova stella. Le stagioni non sono mai tutte uguali: nella scorsa, la prima in bianconero, era partito giocando poco ma con buone prestazioni e parecchi gol, tanto che tutti chiedevano ad Allegri di utilizzarlo di più. Nel 2016-17 invece è diventato titolare inamovibile nonostante l’arrivo estivo di Gonzalo Hi- guain, ma con meno gol (3 contro i 9 del 2015-16) e numeri meno rassicuranti. Colpa dell’infortunio, che l’ha tenuto lontano dal campo per quasi due mesi, ma anche di una diversa posizione, più al servizio di Re Pipita e più lontano dalla porta.
UN RITORNO DA PADRONE SeDybala avesse segnato quel rigore nello stadio di Doha, o meglio ancora se non avesse sbagliato quel tiro da tre punti che gli è capitato durante la partita (non è da lui calciare alto un pallone così invitante), in Su- percoppa avremmo celebrato il ritorno di SuperPaulo, l’eroe che nel cuore dei tifosi ha preso il posto di Paul Pogba. Invece la sconfitta con il Milan (contro cui si era infortunato il 22 ottobre 2015 in campionato) è stato il momento più doloroso della sua storia a tinte bianconere. La panchina inaspettata, il doppio errore, le parole di Allegri («Paulo ha giocato 60 minuti, doveva e poteva incidere sulla partita») hanno lasciato il segno nella testa di Dybala, ma come insegna il suo mito Michael Jordan, la forza di un campione sta nel saper trasformare ogni sconfitta nel primo mattone per costruire un nuovo successo. Così Paulo prima ha staccato la spina e poi si è rimesso a lavorare per ritornare da protagonista. Il 2017 deve essere il suo anno e non perderà un secondo in più del suo preziosissimo tempo a rimuginare su Doha.
RIPRESA CON GOL Epifania significa segno, manifestazione: stavolta la ripresa del campionato non coincide con il giorno dell’arrivo dei Re Magi, ma è comunque il debutto nel nuovo anno e l’attaccante argentino la considera l’occasione giusta per tornare al centro del progetto. L’anno scorso il 6 gennaio Dybala segnò al Verona e poi chiuse il mese con 4 reti. Nel 2014-15 col Palermo in quello stesso giorno fece doppietta al Cagliari. Due mesi e mezzo dopo l’infortunio di San Siro (78 giorni), Dybala tornerà a essere titolare. «Non ho ancora deciso la coppia d’attaccanti – ha detto Massimiliano Allegri – e se li schiererò tutti e tre, ma sicuramente Dybala giocherà».
PIPITA DA 90 Paulo con Hi- guain e con Pjanic alle spalle è la soluzione più probabile, con l’intrigante idea del doppio tre- quartista: «L’albero di Natale ci può stare – ha ammiccato il tecnico -, quando c’è Higuain in campo è normale che sia lui il punto più alto della squadra, con Mandzukic si può giocare anche in modo diverso». Pipita che ha dichiarato in un’intervista a Soccer 360 Magazine: «Voglio dimostrare alla Juve che valgo i 90 milioni spesi per me. Questo significa conquistare trofei ed essere protagonista nelle vittorie. La Champions è l’obiettivo primario».
PAULO COME PAUL Dybala ama svariare e inventare, vede percorsi inimmaginabili per gli umani, disegna traiettorie imprendibili. In patria è il successore designato di Leo Messi, che l’ha mandato dal suo nutrizionista italiano, alla Juventus ha raccolto l’eredità di Pogba, perché nessuno come lui è capace di infiammare lo Sta- dium anche nelle serate più gelide. E Allegri, che finora lo aveva sempre elogiato («Ha l’istinto killer, è un predestinato»), adesso ha cominciato a punzecchiarlo come faceva con Paul, perché da quelli come loro, dai supereroi, si aspetta sempre quel tocco di magia in più. Paulo è un giocatore fuori dagli schemi, esattamente come Pogba, e per questo il suo nome è destinato a finire sempre al centro di voci di mercato. Dalla Spagna rimbalzano continuamente notizie di offerte irrinunciabili di Barcellona e Real Madrid. «Non mi riguardano e non mi danno fastidio – ha chiarito Allegri – perché Paulo è un giocatore della Juventus. Arriva da due mesi di assenza e nella seconda parte della stagione per noi sarà molto importante. Come lo sarà Pjaca, che sta meglio, per il Bologna sarà convocato e tra domani (oggi, ndr) e la gara di mercoledì in Coppa Italia potrà avere spazio».
VOCI E CONTRATTO Max considera Dybala il valore aggiunto che gli consentirà di migliorare il gioco della Juventus. Le voci di mercato non preoccupano nemmeno la società, perché Paulo ha un contratto di tre anni e mezzo ancora e la Juventus ha deciso spontaneamente di prolungarlo di un altro anno (fino al 2021), adeguandogli lo stipendio (tra parte fissa e premi arriverà quasi ai 7,5 milioni di euro di Higuain) per valorizzarlo. L’appuntamento con il procuratore è fissato per fine gennaio, per quella data la Juve si aspetta che siano state risolte le questioni pregresse con l’ex agente del giocatore, Gustavo Mascardi, che non la riguardano.

Massimiliano Allegri la vede come Pep Guardiola: «Ad alti livelli la carriera di un allenatore non può durare più di 15 anni. Lui ha iniziato molto presto e magari quando smetterà prenderà un indirizzo diverso». Il tecnico bianconero non si vede in panchina con bastone e apparecchio acustico, però finché siede al posto di comando rivendica la libertà di uno «sfogo adrenalinico» (copyright Beppe Marotta) a fine partita. A 15 giorni e parecchi chilometri di distanza da Doha, lo ritroviamo pacioso e sorridente dottor Jekyll e non più mister Hyde furibondo e urlante. Però non si è pentito e ribadisce le sue ragioni, mandando anche un messaggio ai suoi: se perseveriamo nell’errore commesso in Supercoppa contro il Milan rischiamo di giocarci scudetto e Champions.
ARRABBIATURA LEGITTIMA
«Il mio futuro non ha niente a che vedere con la mia sfuriata, sono due cose separate – spiega -, a Doha avete visto semplicemente lo sfogo di un allenatore che tiene molto al suo lavoro e dopo tanti elogi ai suoi ragazzi una volta si è preso la libertà di urlare dopo una partita in cui ci può stare perdere, ma non uscire dalla gara dopo 35 minuti. Non abbiamo sbagliato l’approccio ma la gestione, l’andamento del match mi ha fatto molto arrabbiare, anche se sul campo non abbiamo perso perché la partita è finita 1-1 e l’hanno decisa i rigori. Questo gruppo è eccezionale, lo dimostrano i numeri: nessuno in Europa ha fatto 100 punti nell’anno solare, la Juventus ci è riuscita con una gara in meno. A Doha non abbiamo capito l’importanza della partita, dal minuto 35 al 120 ci siamo comportati da squadra poco seria. E questo non va bene. Ho fatto elogi per tre anni, non gratuiti ma perché se li meritano, una volta mi posso pure arrabbiare…».
AL COMANDO DEL GIOCO Cose di campo che capitano spesso e che non hanno bisogno di essere spiegate: «Dopo la Su- percoppa ci sono state le vacanze e ci siamo ritrovati il primo gennaio – aggiunge -, poi io sono stato malato un paio di giorni e quando sono rientrati tutti non c’è stato alcun chiarimento ma solo un confronto normale, come sempre succede dopo una partita. In Super- coppa abbiamo sbagliato atteggiamento, come a Genova, e noi queste cose dobbiamo evitarle, perché ora inizia la seconda parte della stagione e non possiamo più permetterci di sbagliare. Prima di Doha avevamo battuto la Roma con una partita tosta, gagliarda, non siamo stati capaci di riaccendere l’interruttore. Il mio sfogo è stato legittimo e non è sintomo di crepe, però da domani (oggi, ndr) dobbiamo riprendere il cammino per vincere il sesto scudetto ed entrare nella leggenda. Ai ragazzi ho detto che dobbiamo migliorare e far crescere la qualità del gioco: in 17 partite abbiamo preso 14 gol, significa che concediamo troppo agli avversari e non abbiamo il comando della partita».
STO BENE ALLA JUVENTUS Allegri ne approfitta anche per spegnere le voci sul suo futuro: «Sto bene alla Juventus e spero di rimanerci ancora a lungo. Galeone dice che il mio ciclo qui è finito e che sto già pensando all’Inghilterra? (Risata) Non è così, sono contento di stare alla Juventus e spero di starci il più a lungo possibile». Di sicuro non oltre i 60 anni, perché Allegri adesso ne ha 49 e ha già 7 anni di Serie A ad alto livello alle spalle.

© ggi vorrei che fosse… San Ezio». Pausa. «San Ezio Pascutti». Perché quel 26 febbraio 2011, a Bologna fu… San Marco. Marco Di Vaio. Stadio Olimpico, Juve-Bologna 0-2, doppietta dell’attuale club manager rossoblu, «e quando tornammo in città trovammo 2.000 persone all’aeroporto», dice l’ex attaccante. Fu la notte dei miracoli. «Bellissima».
Di Vaio, notte ripetibile?
«Davvero vorrei che l’8 gennaio diventasse San Ezio. Sarebbe bello e diverrebbe un modo diverso e stupendo di celebrare l’addio a un grande campione con una vittoria a Torino che manca da quel 2011. Pascutti (scomparso il 4 gennaio, ndr) è leggenda, un simbolo della voglia di vestire una maglia e portarla in alto. A chi assomigliava?
Ho visto molti filmati suoi: un fenomeno dell’area. Avendo io giocato con Crespo e Treze- guet, ecco, Ezio è stato di quella pasta lì anni e anni prima».
Sei anni fa, l’ultima vittoria. Rewind, prego.
«Arrivavamo da un periodo societario tribolato e quella vittoria fu l’uscita roboante proprio da quel periodo buio, un lasso di tempo in cui tutti ci compattammo, noi in campo con Malesani e con la città. Quei palloni della doppietta? Me li diedero Mutarelli e Meggiorini. Momenti splendidi».
In quel 2011 lo stadio era l’Olimpico e oggi è lo Stadium, teatro in cui la Juve cerca il record di vittorie di fila, 26, iniziato proprio contro il Bologna il 4 ottobre 2015.
«Mi piacerebbe poter dire una cosa: che questo record non s’ha da fare, ma so che lì dentro la Juve ha ancor più fame di
sempre, perché è così che sono: perennemente affamati».
Cosa dà in più uno stadio di proprietà?
«E’ quello che vogliamo fare noi grazie alla serietà, alla serenità e alla programmazione che ci permette Saputo. Al momento abbiamo acquistato il Centro tecnico di Casteldebole, ed è un primo mattoncino per poi progredire, crescere, fino ad arrivare dove questo club merita e con un suo Dall’Ara. Lo stadio proprio ti dà dai 5 agli 8 punti in più, frutto di una forza inalienabile: il senso di appartenenza di tutti coloro che in quel momento lo vivono. Lo Sta- dium fa questo effetto».
E quale può essere l’effetto-Bo- logna?
«Che quantomeno proveremo a bloccare quel record: veniamo da una settimana in Sicilia, Donadoni ha avuto l’opportunità di fare doppi allenamenti e lavori specifici, e mettere benzina per un nuovo anno che dovrà essere dell’impennata. Purtroppo abbiamo perso qualche punto di troppo nei minuti finali, ma siamo una squadra giovane, in embrione. Serve tempo, i prospetti sono notevoli. Dobbiamo arrivare al più presto a 40, ma se avessimo quei punti in più forse parleremmo di un altro campionato».
La Juve fa un campionato a sé oppure no?
«E’ la favorita per lo scudetto, ma devo dire che a me piacciono molto di più la Roma e soprattutto il Napoli che gioca un gran bel calcio».
Allegri pensa che col tempo si arriverà al tridente Higuain-Dy- bala-Mandzukic. Si può?
«Nella Juve in cui giocavo io il tridente era Nedved-Del Piero- Trezeguet, più Camoranesi: considerando che sono tutti e tre attaccanti che vedono la porta ma Dybala e Mandzukic sanno sacrificarsi, ecco, secondo me l’approdo più giusto sarà proprio quello».
L’HD è la coppia più bella del campionato?
«Mi piacciono molto, sì. Dybala e il Real? Dipende dalle sue ambizioni, ma la Juve è la migliore in Italia, ha tutto per diventarlo in Europa e quindi Paulo dovrebbe capire che non è esattamente in un brutto posto».A proposito di mercato: Masina alla Juve piace un bel po’. «Questo gli deve far piacere ma dargli ancor più senso di responsabilità». Torniamo a oggi: cosa serve per far sì che il Bologna torni a vincere a casa Juve? «Mostrare le potenzialità, che ci sono, da Destro in poi». Un colpo d’area. Alla… San Ezio.

Dove eravamo rimasti? A Doha, alla Supercoppa perduta, alle parole durissime dopo l’ultimo rigore. «E’ stato soltanto lo sfogo di un allenatore che tiene al suo lavoro – spiega Massimiliano Allegri – Dopo milioni di volte in cui ho elogiato i ragazzi per quello che hanno fatto e che stanno facendo, per una volta concedetemi di arrabbiarmi: perdere poteva starci, ma dopo 35’ siamo usciti dalla partita, abbiamo avuto non un approccio ma una gestione sbagliata». S’è parlato molto di quello sfogo, c’è chi vi ha letto strappi e tensioni: «Sto bene alla Juve- tus, sono contento di essere qui e spero di rimanere più a lungo possibile. Il mio ciclo non è assolutamente finito».
CONFRONTO. Nessun confronto particolare con la squadra, tutto secondo norme e abitudini: «Ci confrontiamo sempre, anche dopo le vittorie: non abbiamo parlato della sconfitta, peraltro arrivata ai rigori, ma di come abbiamo giocato. I calci nel sedere? Questa squadra, con una gara in meno, è stata l’unica in Europa a fare 100 punti nell’anno solare, venivamo da un periodo positivo con le vittorie nel derby e sulla Roma: il mio sfogo, legittimo, era legato a una partita di cui non abbiamo capito l’importanza, che avevamo in pugno e abbiamo perso, giocando i primi 35’ da squadra seria e dal 35’ al

120’ da squadra un pochino meno seria Non va bene ed è nonnaie che mi sia arrabbiato. Ho fatto elogi per tre anni, meritati e non gratuiti».
OBIETTIVO. Nessuna crepa, nessuno strascico, solo voglia di girare pagina e ripren- dere un cammino vincente. «Con il Bologna sarà una sfida insidiosa: lavorano da quindici giorni e ci hanno sempre dato filo da torcere. La prima partita dopo la sosta, poi, è sempre incasinata e piena di incognite. Vogliamo vincere per mantenere la vetta che dovremo difendere da qui alla fine: la Roma ci insegue e può vincerle tutte.

Non abbiamo più tempo di sbagliare, ci aspetta una seconda parte di stagione impegnativa Dovremo migliorare nella qualità del gioco e soprattutto nella gestione: avere il possesso del pallone non vuol dire comandare la partita, in 17 giornate abbiamo preso 14 gol…». Lo scudetto è il primo obiettivo: «Sarebbe il sesto di fila, un traguardo storico. Quando potrà ricapitare un’occasione così? Lanno prossimo lotteremo per il primo o per il settimo, meglio il settimo…». Quanto alla Champions, Arrigo Sacelli ha appena detto che la Juventus, per gioco e stile, può vincerla: «Le sue

parole sono un bell’incentivo e lo ringrazio. Cominciamo a pensare al Porto, che è una società dal passato importante e nel preliminare ha battuto la Roma. La tradizione in Europa si fa sentire, dovremo farci trovare nelle migliori condizioni per passare un turno che none scontato. Adesso, però, abbiamo un mese e mezzo per pensare al campionato e alla Coppa Italia».
CARATTERISTICHE. Nessun cenno ai mercato: «Meno se ne parla, meglio è. Io sono contrario alla sessione invernale, non dico crei tensioni ma può destabilizzare un pochino. E gennaio è

un mese importante: dobbiamo rimanere concentrati». L’unica eccezione la fa per Tomas Rincon, onnai bianconero a tutti gli effetti: «Ottimo calciatore, di grande professionalità e con caratteristiche che ci servono. Può agire da interno di centrocampo oppure davanti alia difesa. Non so se giocherà con il Bologna, è arrivato da una settimana e ha bisogno di conoscere i compagni e abituarsi al nostro gioco, però sarà utilissimo: sono molto contento dal suo arrivo».
GLOBALIZZAZIONE. Segue un commento sull’intenzione di Pep Guardiola di non rimanere in panchina fino a sessant’anni: «Sono d’accordo, ma si tratta di scelte soggettive. Dipende da quando inizi, ma penso che a certi livelli non puoi allenare per più di quindici anni. Poi dipende sempre dalla persona, uno magari lascia perché ha altri interessi nella vita». Infine, un intervento sugli investimenti cinesi nei calcio: «E’ la globalizzazione. Quindici anni fa è stata la Russia, oggi è la Cina, fra venti o trent’anni sarà l’India. Sono Paesi che hanno risorse infinite e grandi obiettivi. La Cina si è catapultata in modo massiccio, comprando società e importando giocatori e tecnici di grande valore: punta al Mondiale 2030, vuole creare 50.000 scuole calcio, ha sicuramente un progetto molto importante».

Il ritorno di Paulo Dybala tra i titolari, il forfait di Gianluigi Buffon debilitato dall’influenza, la scelta di Kwadwo Asamoah come sostituto dell’infortunato Alex Sandro: sommando le indicazioni di Massimiliano Allegri in conferenza e i bisbigli sulla rifi

nitura a porte chiuse, viene fuori il quadro di una Juventus ricca di novità per l’ulti- ma partita del girone d’andata contro il Bologna.
Dybala parte dal primo minuto dopo quasi ottanta giorni: l’ultima volta il 22 ottobre a San Siro contro il Mi- ian, quando, dopo mezz’ora di gioco, subì una lesione muscolare al bicipite femo

rale della coscia destra. Rientrato il 7 dicembre contro la Dinamo Zagabria, lia collezionato quattro presenze ma sempre partendo dalla panchina. Il tecnico ne assicura lapresenza, spiegando di non aver deciso se schierare il tridente con GonzaloHiguaine Mario Mandzukic: nel test di Vinovo, s’è vista però la coppia argentina con Pjanic tre-

quartista alle spalle nel 4-3-1 – 2 adottato nelle ultime partite. L’oscillare di Dybala, i possibili allineamenti con Pjanic, potrebbero però, a G atti, disegnale l’albero di Natale con il Pipita unica punta A centrocampo, candidati Sami Khe- dira, Claudio Marchisio e Stefano Sturaro: il Principe resterà quindi in regia, ruolo abituale degli ultimi tempi,

nonostante nelle partitelle settimanali sia stato restituito al ruolo di mezz’ala, e a copril e con corsa e muscoli Pjanic rimarrà Sturaro. La sensazione, infatti, è che sia troppo presto per immaginare Tomas Rincon titolare.
INTERVENTO. In difesa, davanti a Neto (Buffon ha smaltito l’influenza, ma ha lavorato poco con il gruppo: non è stato nemmeno convocato, in modo da poter recuperare al meglio), un solo dubbio: Andrea Barzagji, ormai guarito dalla lussazione alla spalla, o Daniele Rugani centrale accanto a Giorgio Chiellini. A destra ci sarà Stephan Lichtsteinere a sinistra Asamoah, sostituto di Alex Sandro secondo i progetti della Juventus in caso di addio di Patrice Evra: addio sempre più probabile, peraltro, e la stessa mancata convocazione è un indizio.
Tra le soluzioni interne perla sinistra figura anche Federico Mattiello, perfetta

mente ristabilito dopo la frattura composta della parte distale della tibia ma indisponibile in questa circostanza a causa della frattura delle ossa nasali proprie, con deviazione del setto nasale, riportata ieri durante la partitella giocata dalla Primavera: nei prossimi gomi, sarà sottoposto a intervento chirurgico.
CONFIDENZA.Tra i venti convocati di Allegri, anche due Primavera: il portiere Mattia Dei Favero e il difensore Alessandro Sem prilli. Oltre a Medili Benatia e Mario Lemina, impegnati in Coppa d’Africa ripettivamente con Marocco e Gabon, sono assenti gli infortunati Alex Sandro e Leonardo Bonucci, che però rientreranno in settimana. Di sicuro torneranno disponibili per la trasferta di Firenze, non è escluso che possano prendere confidenza con il campo già mercoledì in Coppa Italia con l’Atalanta. Quando, è certo, rivedremo dall’inizio Marko Pjaca.

Adotterà la strategia Oscar Wilde (“Il solo modo per liberarsi di una tentazione è cedervi”) o resisterà, aspettando che la tentazione di far giocare Tomas Rincon titolare smetta di essere tale e si trasformi in scelta ragionata? Massimiliano Allegri scioglierà in queste ore il dilemma legato all’impiego dal primo minuto dell’ex genoano già domani sera contro il Bologna. Un’idea accarezzata in questi primi sei giorni di allenamenti, dalla ripresa del 1° gennaio che ha visto Rincon scendere per la prima volta sul campo di Vinovo, con deroga della società rossoblù dal momento che il suo passaggio alla Juventus è diventato ufficiale solo martedì 3.

Avere un nuovo centrocampista a disposizione fin dal primo giorno dell’anno era una delle priorità del mercato bianconero e non a caso la trattativa per Rincon è stata chiusa con grande rapidità subito dopo Natale. Questo perché il rinforzo nel settore mediano era un’esigenza chiara del tecnico, per giunta resa urgente dalla partenza di Lemina per la Coppa d’Africa e dal ciclo intenso che la Juventus si troverà ad affrontare nei primi due mesi dell’anno: con la Coppa Italia, il recupero con il Crotone e l’andata della sfida di Champions con il Porto che andranno a sommarsi agli impegni regolari di campionato.
Il debutto di Rincon arriverà quindi a breve e sarà, come dicevamo, una scelta ponderata, talmente ponderata da aver influenzato anche i tempi del mercato bianconero.

Per quanto forte fosse l’esigenza di avere un nuovo centrocampista, pronto per essere subito gettato nella mischia, l’esordio tra i titolari del General già domani alla ripresa del campionato era però un qualcosa di non preventivabile all’atto della chiusura della trattativa. Eppure la tentazione si è fatta strada tra i pensieri del tecnico, che in questa prima settimana di allenamento ha provato il venezuelano nel centrocampo tipo. Potrebbe essere stato un modo per accelerare il suo inserimento, ma anche una prova della formazione da schierare domani sera allo Stadium contro il Bologna.
A rendere plausibile un debutto a tempo di record dell’ex genoano sono sia le sue caratteristiche, sia gli impegni che attendono la squadra bianconera. Già in Serie A da due stagioni e mezzo, Rincon non ha alcun bisogno di abituarsi al nostro calcio e il senso tattico è una delle sue migliori qualità. Aver lavorato una settimana in gruppo magari non sarà sufficiente a permettergli di giocare davanti alla difesa, al centro della manovra, ma potrebbe renderlo già in grado di dare un contributo importante in termini di dinamismo e aggressività da mezzala. Un contributo che, in vista delle tre partite che attendono la Juventus in una settimana, servirà sicuramente: dopo il Bologna infatti Buffon e compagni affronteranno mercoledì l’Atalanta in Coppa Italia e domenica prossima faranno visita alla Fiorentina. Con tutto il rispetto per i rossoblù di Donadoni (capaci lo scorso anno di interrompere la striscia di 15 vittorie bianconere in campionato pareggiando 0-0 proprio a Torino) e con tutte le incognite che la ripresa post natalizia porta con sé, l’impegno di domani sera potrebbe essere il più adatto per il debutto del venezuelano. L’ottavo di coppa contro i nerazzurri di Gasperini presenta tutti i rischi di una partita a eliminazione diretta, mentre la trasferta al Franchi contro i viola è più insidiosa da un punto di vista tecnico e ambientale.

Ad allontanare l’esordio da titolare di Rincon, invece, oltre al poco tempo avuto per inserirsi c’è anche una questione psicologica. Lanciare subito l’ex genoano potrebbe suonare come una bocciatura per i centrocampisti bianconeri che si trovassero ad andare in panchina ed Allegri è sempre stato molto attento alla gestione degli equilibri del gruppo, a far sentire tutti preziosi, in modo da poter contare sempre su giocatori calati alla perfezione nel progetto e convinti della propria importanza. Non a caso Gonzalo Higuain e Miralem Pjanic si sono accomodati in panchina nelle prime due giornate di campionato. Certo che conquistare un posto da titolare in minor tempo di quello impiegato dai due grandi colpi del mercato estivo per Rincon sarebbe un bel modo per iniziare l’avventura bianconera.

Dove ti giri trovi la Juventus. Avranno anche chiuso la campagna acquisti invernale, come prova a far credere Beppe Marotta, ma i bianconeri non sono mai stati così attivi e presenti sul mercato. Direttamente e indirettamente. Capita, quando occupi una posizione centrale e predominante come ha scelto di occupare la Juventus di Andrea Agnelli, dominatrice in campo e sempre più tentacolare nelle strategie di compravendita dei giocatori. E le due cose sono strettamente connesse, perché i risultati sportivi ottenuti con la strepitosa continuità del club garantiscono maggiore calma nel pianificare gli acquisti, valorizzano le eventuali cessioni, aumentano il fatturato e la potenza di fuoco: tutti fattori che permettono di essere più competitivi sul mercato, quindi di accaparrarsi i giocatori migliori e avere maggiori probabilità di allungare la striscia di successi, alimentando virtualmente all’infinito il circolo. Anche perché, per quanto riguarda l’ambito nazionale, la Juventus si è trovata in una situazione di concorrenza meno insidiosa del solito, soprattutto per la crisi economico-sportiva che ha frenato le milanesi.

Così, in questo momento trovi la Juventus occupata a cercare un centrocampista per completare il reparto (da N’Zonzi a Tolisso), ma non solo. Perché il Manchester United sta flirtando con Patrice Evra (che per altro piace anche al Valencia) e questo apre uno scenario complesso di fascia sinistra, nel quale la Juventus potrebbe prendere Darmian dallo stesso United o De Sciglio dal Milan, a cui potrebbe offrire Zaza. Già, Zaza: il fallimento al West Ham ha aperto nuovi scenari, che la Juventus si troverà ad arbitrare. Lo vorrebbe il Valencia (ma il giocatore non sembra entusiasta), ma soprattutto la Fiorentina che sta cedendo Kalinic ai cinesi di Cannavaro e dovrà eventualmente bussare ai bianconeri per l’azzurro.

Nel frattempo, Beppe Marotta e Fabio Paratici hanno già acquistato Rincon dal Genoa e Caldara dall’Atalanta: il primo da usare subito, il secondo che verrà lasciato a Bergamo per completare la maturazione fino a giugno 2018. Perché la strategia di Marotta è sempre più quella di giocare di anticipo, rastrellando quando è possibile i migliori giovani in circolazione. Per esempio Riccardo Orsolini, la stellina della Serie B che gioca nell’Ascoli e che la Juventus sta per acquistare (anche lui rimarrà lì almeno fino a fine stagione), anticipando il Napoli, molto interessato al diciannovenne attaccante. Orsolini è solo l’ultimo di un lunghissimo elenco di giovani promesse, per lo più italiane, che la Juventus ha acquistato o prenotato e che al momento buono possono tornare utili. L’anno scorso, per esempio, aveva preso Mandragora, poi vittima di un lungo infortunio. Adesso lui, Cerri e Thiam (altri due giovani che la Juventus controlla) sono stati mandati al Pescara, dove dovrebbero trovare spazio e verranno tenuti sotto stretta osservazione.

E a proposito di giovani, attenzione alle manovre juventine su Gigio Donnarumma, il quasi diciottenne portiere del Milan che dal 25 febbraio potrebbe firmare un contratto da pro con i rossoneri, ma per ora prende tempo o, meglio, lo prende il suo agente Mino Raiola che forse sta apparecchiando una clamorosa operazione con cui Marotta sistemerebbe il difficile dopo Buffon.

Marotta che non ha avuto problemi ad annunciare che anche nella prossima estate la Juventus avrà la potenza per piazzare un grandissimo colpo. Un altro Higuain, per intendersi, che però sarà un centrocampista. Gli indizi portano dritti a Marco Verratti, messo nella lista dei desideri anche dall’Inter e dal Bayern Monaco, ma sul quale la Juventus si sta già muovendo attraverso il suo manager Donato Di Campli (lo stesso di Orsolini, per altro). E attenzione ad Alexis Sanchez, vecchio pallino bianconero. I suoi frequenti mal di pancia sembrano preludere a un divorzio dall’Arsenal. E, manco a dirlo, la Juve segue con attenzione la vicenda.

La stagione si decide a marzo. O per meglio dire, da marzo in poi. Questo messaggio non smetterà mai di essere ripetuto da Max Allegri, che con ogni probabilità ribadirà questo concetto anche nella conferenza stampa pre-Bologna in programma oggi a mezzogiorno. Non c’è vittoria o sconfitta, soddisfazione per un traguardo raggiunto o critica per un gioco non sempre entusiasmante, rientro lampo o infortunio che tenga: gli obiettivi raggiunti (tanti) o sfumati (pochi) fino a marzo contano relativamente, la stagione entra nel vivo a marzo e si decide da marzo in poi. 

 Tutta la preparazione, atletica ma anche psicologica, è quindi votata all’arrivare al massimo delle potenzialità proprio tra due mesi, per vivere una primavera a mille all’ora. Non ci si dovrà quindi stupire di ritrovare una Juve magari balbettante o pesante sulle gambe in queste prime uscite del 2017, al di là di quanto possano continuare a premiarla i risultati come capitato negli scorsi due anni con un mese di gennaio fatto di sole vittorie e appena un pareggio (contro l’Inter il 6 gennaio 2015). Anche grazie ad un rassicurante vantaggio sulle inseguitrici, infatti, una volta archiviate le vacanze per ricaricare le batterie nervose è stato impostato un nuovo lavoro di carico necessario per cominciare a fare il pieno di energia nelle gambe. Lo stesso Tomas Rincon ha ammesso durante la conferenza stampa di presentazione come di tattica si sia parlato poco o nulla nei primi giorni di lavoro, troppo importante tarare le necessità di ognuno per arrivare tirati a lucido quando più conta. Via con lavoro differenziato fino a quando è stato ritenuto opportuno, non soltanto per chi doveva recuperare da un infortunio al di là del giorno effettivo di rientro alla base, con tutti gli elementi della rosa bianconera che hanno continuato a seguire la propria tabella di marcia anche in giro per il mondo. 

 La sfida di domani contro il Bologna sarà solo la prima di una serie di dieci partite che vedrà la Juve in campo spesso e volentieri ogni tre giorni tra gennaio e febbraio. Non mancheranno le sfide delicate in campionato (vedi il poker di fuoco che inaugurerà il girone di ritorno composto da Fiorentina-Lazio-Sassuolo e Inter) o quelle da dentro o fuori che vedranno i bianconeri impegnati anche in Coppa Italia prima del rientro in Champions: un ciclo intenso che vedrà Allegri attingere a tutta la profondità della propria rosa, anche più di quanto non abbia fatto finora. L’obiettivo è sempre quello di gestire sforzi ed energie per arrivare con la miglior Juve possibile nel momento identificato storicamente come quello dei primi verdetti: con i titolarissimi in tiro e non usurati, con le alternative calde e rodate a sufficienza per risultare pronte all’uso in ogni circostanza. 

 Fondamentale sarà avere una Juve pronta per affrontare il Porto in trasferta il 22 febbraio, ancor di più sarà ritrovare una Juve al 100% per la gara di ritorno del 14 marzo. Una missione nelle corde di Max Allegri e del suo staff, che già nelle passate stagioni (nonostante una serie incredibile di infortuni che son poi risultati decisivi solo lo scorso anno contro il Bayern Monaco) è riuscito a trasformare una Juve a intermittenza come quella ammirata nelle gare d’andata degli ottavi di finale allo Stadium contro Borussia Dortmund e Bayern, in quella a tratti devastante che in Germania ha travolto i gialloneri nel 2015 e poi sfiorato il colpaccio all’Allianz Arena prima del blackout finale. 

 Insomma, in casa Juve si sa alla perfezione come si faccia ad arrivare in piedi sui pedali per accelerare quando la strada si fa in salita. Anche in campionato. Non a caso i primi due Scudetti dell’era Allegri, affiancati dal doppio cammino vincente in Coppa Italia, hanno sempre visto i bianconeri staccare gli avversari anche più tosti nella seconda parte di stagione: il gol di Zaza al Napoli a metà febbraio ha dato il là ad una fuga dalla quale la Juve non si è più voltata, altrettanto devastante la progressione che ha trasformato il duello con la Roma in un assolo senza rivali il girone di ritorno della stagione precedente fino al +17 finale. E se non c’è due senza tre…

La Juve compra a destra e a sinistra. Per il presente e per il futuro. L’infortunio di Dani Alves (tornerà ad inizio febbraio) e la possibilità che Evra vada al Manchester United a concludere la carriera visto che ha capito che in bianconero il titolare è Alex Sandro, spingono Beppe Marotta a guardarsi attorno per portare subito a casa un difensore esterno di qualità. Al primo posto c’è sempre Mattia De Sciglio, 24 anni, difensore del Milan che ha il gran merito di poter giocare sia a destra sia a sinistra, l’ideale per la Juventus. Il suo contratto con il club rossonero scade nel giugno del 2018 e, quindi, Adriano Galliani potrebbe monetizzare per investire su questo mercato. De Sciglio non è considerato intoccabile da Vincenzo Montella. Bisognerà poi vedere dove andrà a finire Simone Zaza, attaccante di rientro dal West Ham, che è finito sul mercato visto che non resterà a Torino. Beppe Marotta ha trovato un’intesa di massima con il Valencia, il club spagnolo che aveva promesso l’attaccante a Cesare Prandelli e dopo che il tecnico italiano si è dimesso è tornato alla carica. Adesso spetta a Zaza decidere se andare in Spagna oppure se vuole ripartire dal campionato italiano. L’impressione è che voglia il Belpaese. In questo caso è facile immaginare un confronto con il Milan. I rossoneri, già da quest’estate, puntavano forte su di lui. E allora visto che alla Juve interessa De Sciglio e al Milan intriga Zaza è facile intuire che una possibilità di scambio non sia da escludere.

Tra gli obiettivi bianconeri c’è sempre Matteo Darmian, 27 anni, attualmente al Manchester United. In questo momento sta giocando perchè il titolare del ruolo si è infortunato ma, si sa, che Mourinho non lo considera importante. Quindi il club potrebbe prendere in considerazione la sua cessione. Il profilo è quello giusto per la Juve che anche in estate ha provato a prenderlo. Da Torino aspettano un segnale. Allo United sanno che il giocatore interessa. Se vogliono trattare i responsabili del mercato bianconero (Marotta e Paratici) sono pronti a raggiungere l’Inghilterra. E per quando riguarda la zona esterna del campo non bisogna trascurare Alejandro Grimaldo, 21 anni, del Benfica.

Il francese, non più giovanissimo (35 anni) ha capito che per lui in bianconero lo spazio sarà più ristretto di un caffè visto che Alex Sandro è diventato titolare a tutti gli effetti. E allora il francese non esclude di andare a concludere la sua carriera al Manchester United. Mourinho avrebbe già dato l’ok per il suo arrivo. In queste ore, però, si è fatto sotto pure il Valencia che gli ha offerto una maglia da titolare. Nel caso lo chiedesse, in corso Galileo Ferraris lo lasceranno andare via.

L’ultima tentazione si chiama Diego Laxalt, 23 anni, uruguaiano del Genoa, nazionale della Celeste, uno tosto, che corre e crea scompiglio nelle difese avversarie con sconcertante semplicità. E’ il più classico degli esterni: può partire da dietro (quindi fare il terzino) e da posizione più avanzata (centrocampista). Nasce mezzala sinistra. Sotto la guida di Gasperini, suo allenatore in rossoblù, si stabilisce stabilmente sulla fascia dove gioca quasi sempre come tornante a tutto campo ma anche come terzino o addirittura estero nel tridente offensivo. E’ dotato di un’ottima tenica di base unita a un buon dribbling che lo rendono spesso protagonista nella fase offensiva. Contro la Juve a Marassi, nel match vinto dai rossoblù per 3-1, ha letteralmente fatto a pezzi i bianconeri. Con Juric sta disputando una stagione importante. E’ ancora giovane e con un largo margine di miglioranto. La Juve lo ha chiesto, si è informata sul prezzo. Poi, chissà… Tanto c’è ancora tempo per decidere.

Stephen Lichtsteiner vivrà uno strano gennaio. Cinque mesi dopo essere stato a un passo dal lasciare la Juventus con tanto di esclusione dalla lista Champions, lo svizzero è titolare inamovibile, verrà reinserito nella rosa di coppa e si gioca la possibilità di rimanere in bianconero. Lo sfortunato destino di Dani Alves, fermo fino ai primi di febbraio per l’infortunio al perone, ha rilanciato la fortuna di Lichtsteiner, che ora deve giocarsi al massimo le sue chances e poi decidere il suo destino.

Destino che non è completamente nelle sue mani, perché la Juventus ha un’opzione per il rinnovo unilaterale del contratto: il che significa che Beppe Marotta quasi certamente sfrutterà la possibilità per evitare che il laterale destro di liberi a zero in estate. Se divorzio sarà, l’amministratore delegato bianconero, vuole monetizzare almeno il minimo sindacale dalla cessione del giocatore. Ma sarà divorzio?

Rispetto alla scorsa estate la risposta è meno scontata. Perché Lichtsteiner può giocarsi delle nuove possibilità per conquistarsi una conferma “reale” e non “virtuale”, ammesso che lui non abbia già pianificato una fuga. La certezza è che nei prossimi sei mesi darà il massimo per la Juventus: il suo carattere non può consentirgli altro e anche l’ambizione di poter dare il suo contributo in Champions League lo spinge al massimo. Fin da domenica sera, quando affronterà il Bologna con l’intenzione di cancellare una grigia prestazione a Doha nella finale di Supercoppa Italiana. Anche perché se la Champions resta la regina delle competizioni, Lichtsteiner è membro del club dei magnifici sei, quelli che ci sono dall’inizio del ciclo e che possono centrare il record dei sei scudetti consecutivi (oltre a lui ci sono Buffon, Barzagli, Bonucci, Chellini e Marchisio). Da qui alla fine della stagione Lichtsteiner servirà molto più di quanto si pensasse in estate: sia in campionato che in Coppa, anche se con il rientro di Dani Alves dovrà alternarsi con il brasiliano.

Nel frattempo, dovrà decidere il suo futuro anche Evra. Che ha decisamente più fretta rispetto a Lichtsteiner, anche perché potrebbe cambiare squadra entro fine mese se lo United (o il West Ham) dovesse avanzare un’offerta circostanziata. Il francese sente il richiamo della Premier, anche perché con l’inarrestabile ascesa di Alex Sandro il suo ruolo nella Juventus è stato ridimensionato e lui pensa a un futuro al di là del campo in un club, il Manchester, del quale si considera ancora parte e dal quale è considerato una bandiera. Insomma, l’addio in estate è una certezza, ma ci sono buone possibilità che si consumi subito, visto che da parte dei bianconeri è arrivato una sorta di via libera, con la disponibilità ad acontentare l’eventuale richiesta del francese, che comunque verrà utilizzato contro il Bologna per l’assenza di Alex Sandro.

Insomma, domenica sera la Juventus si ritroverà con due terzini dal futuro incerto, ma comunque determinatissimi: lo svizzero per una prospettiva più a lungo termine, il francese per cancellare la brutta prestazione di Doha e cercare di lasciare un bel ricordo nei tifosi della Juventus che in questi giorni di incertezza sul futuro gli stanno dimostrando comunque un enorme affetto.

Preso Rincon e sfumato Witsel, la Juventus tiene le antenne dritte sulle possibili opportunità. I contatti sono tanti, anche ieri il ds Fabio Paratici ha avuto diversi incontri a Milano (Valencia, Ascoli, Empoli, Pescara…). Movimenti utili per il presente (cioè per gennaio) e per il futuro (mercato estivo). «Già ora abbiamo contatti in vista dell’estate», ha confermato l’ad Giuseppe Marotta nei giorni scorsi a margine della presentazione di Rincon. La certezza è che la Juventus vuole rinforzare il centrocampo. Se Marco Verratti è il grande obiettivo per la prossima stagione, in corso Galileo Ferraris valutano anche una lista di talenti, quasi tutti centrocampisti under 23. Da Tolisso (Lione) a Dahoud (Borussia Moenchengladbach), da Fofana (Udinese) a Bakayoko (Monaco). Tutti osservati più volte dal vivo e tutti promossi a livello tecnico.

Se Tolisso è un vero proprio pallino della dirigenza campione d’Italia- nelle prossime settimane va messo in preventivo un nuovo sondaggio con il Lione – dalla Francia arrivano nuovi spifferi su Tiemoue Bakayoko, 22enne gigante del Monaco. La Juventus lo monitora da più di un anno e un osservatore dei campioni d’Italia è atteso anche quest’oggi al Louis II per Monaco-Ajaccio.
I bianconeri avevano fatto un pensierino sul ragazzo già lo scorso agosto, quando Schalke 04 e Lipsia avevano messo nel mirino Mario Lemina. L’interesse dei club tedeschi per l’ex Marsiglia non si è spento e, stando a quanto filtra dal Principato, i dirigenti juventini continuano monitorare con grande attenzione la situazione di Bakayoko.

Strapparlo ai biancorossi in questa sessione sembra complicato: i monegaschi, qualificati per gli ottavi di Champions, non vogliono indebolirsi in vista della doppia sfida contro il Manchester City di Pep Guardiola. Più semplice – come filtra dall’entourage del parigino – che il “gigante” di Jardim finisca sul mercato in estate. In Francia sono sicuri che la Juventus sfiderà le potenze inglesi per Bakayoko. Potrebbe essere una “sfida” in famiglia, dal momento che sul mediano è segnalato anche il Chelsea di Antonio Conte, a caccia di uomini “box to box” da alternare ai vari Kanté e Matic (nella lista dell’ex ct c’è anche Kessie dell’Atalanta).

Bakayoko viene impiegato soprattutto come centrocampista centrale, ma secondo gli esperti ha le potenzialità fisiche e tecniche per trasformarsi in una mezzala potente. Il richiamo della Premier League è forte, ma di sicuro la Juventus ha sempre grande appeal sui francesi. Feeling confermato anche dai vari Tolisso (Lione) e N’Zonzi (Siviglia).

Diverso il discorso per Luiz Gustavo: il brasiliano è più esperto (29 anni) e “chilometrato”. La Juventus, sfumato Witsel (volato in Cina da Fabio Cannavaro), sta cercando di capire quante possibilità ci possano essere di arrivare al prestito del centrocampista del Wolfsburg. Occhio, però, alla concorrenza del Nizza.

LA STORIA DELLA JUVENTUS

1897. LA PANCHINA DI CORSO RE UMBERTO. L’ inizio della storia della Juve è una leggenda. O, meglio, un gustoso romanzo che comincia nella primavera 1897 e si concretizza qualche mese dopo (la data non è precisa: c’è chi dice settembre, chi ottobre, ma è considerata ufficiale la data del 1° Novembre). Gli studenti del liceo Massimo D’azeglio di Torino si radunano accanto a una panchina di corso Re Umberto, quasi angolo corso Vittorio Emanuele. La Juventus nasce così. Ma la ricerca del nome è complessa, tra le tante proposte: poteva chiamarsi “Irish Club”, “Augusta Taurinorum”; i latinisti suggeriscono “ Ludus” e “Fatigando delectamur”, i torinesi doc optano per “Via Fort”. Alla fine unanimità di consensi per Sport Club Juventus, gioventù, perchè gli sportivi restavano giovani tutta la vita. Prima sede ufficiale, l’officina dei fratelli Canfari, corso Re Umberto 42; quota d’iscrizione una lira. Il primo presidente è Eugenio Canfari. 1898.

IN MAGLIA ROSA. La sede viene spostata in uno stallaggio in via Piazza 4, crocetta. Ora la Juventus è una squadra vera è propria; l’altra società cittadina, FC Torinese, la invita ad un’ amichevole al velodromo Umberto I (demolito ad inizio secolo). La prima divisa ufficiale è di pecorella rosa con pantaloni neri, fascia nera alla cintola, berrettino alla savoiarda e farfallino nero. La prima formazione: Varetto, Ferrero, Gibezzi, Rolandi, Chiapirone, G. Nicola, Armano, Malvano, M. Nicola, Donna e Farlano. L’8 Maggio si disputa a Torino, in un solo giorno, il 1° campionato di football: 4 squadre, ma la Juventus non è ancora pronta. 1899.

C’E’ANCHE IL DUCA DEGLI ABRUZZI. Gli anni del pionierismo sono duri, anche perché i ben pensanti non vedono di buon occhio quei “ragazzacci” che prendono a calci una palla. Per fortuna gioca anche qualche vip, come il Duca degli Abruzzi, celebre esploratore, che al Valentino si esibisce con una squadra chiamata Internazionale e contribuisce a dare un tocco di classe alla nuova moda del football, mentre il mondo preferisce ancora sport più mondani come ippica e ginnastica. La Juventus riceve i primi inviti ed è la prima squadra a portare a Torino una squadra straniera. La squadra di Canfari cresce di prestigio e acquisisce il diritto di giocare al Velodromo. 1900.

IL CAMPIONATO FINISCE INA GARA. L’11 Maggio è un’altra data storica. Dopo tre anni di rodaggio, ecco il giorno dell’atteso debutto ufficiale in campionato, proprio mentre a Torino nasce la Fiat e la Mole Antonelliana è stata da poco costruita. Con la Juventus, diventeranno i tre simboli universali della città. La prima avventura, nella 3° edizione del torneo, dura un solo pomeriggio. Si gioca in piazza d’Armi, che è ancora periferia estrema. I calciatori vengono battuti per 1-0 dal FC Torinese ed escono immediatamente di scena, però fanno una buona figura, sfiorando anche il goal. 1903.

ARRIVANO LE MAGLIE BIANCONERE. Le maglie di pecorella rosa (fini e costose: 70 centesimi al metro) sono ormai stinte. John Savage, industriale inglese simpatizzante della Juventus, si offre di rinnovare le divise e ordina quelle nuove a Notthingham, dove ha interessi commerciali. Orrore, quando arrivano le nuove maglie: per un errore è diverso il colore. Sono bianche e nere, a strisce verticali. La nuova divisa , che non piace, diventerà leggendaria, però mancano soldi per una nuova ordinazione. E la Juventus per caso cambia look. 1904.

SOLDI E RINFORZI DALLA SVIZZERA. C’è sempre il Genoa a intralciare i sogni di gloria della Juventus, che per il secondo anno arriva ad un passo dal trionfo in campionato. Di nuovo in semifinale viene sconfitta ( 1-0) dal Genoa al termina di una partita combattuta e incerta. Ma la squadra è sempre più forte e dalla Svizzera arrivano tre fratelli, che portano un po’ di talento e, soprattutto, tanto denaro. Così al suo 6° anno la Juventus è già grande e vinc e il primo scudetto. 1906.

IL PRESIDENTE DICK FONDA IL TORINO. Il presidente dello scudetto, Alfredo Dick, uno svizzero proprietario della manifattura “Pellami e calzature”, ha grandi idee ma è un personaggio discusso e viene costretto a dimettersi. È accusato di voler esportare all’estero la Juventus cambiandole perfino il nome in “Jugend Fusballverein”, alla tedesca. Così se ne va fra le polemiche e insieme al presidente della FC Torinese, fonda una società che diventerà rivale storica dei bianconeri: il FC Torino. Nato, appunto da una costola della Juve. 1915.

NASCE “HURRA’” PER I SOLDATI. La prima guerra mondiale, dopo l’uccisione dell’Arciduca d’Austria, non ha ancora coinvolto l’Italia. E il campionato 1914-15, diciottesimo della storia, parte regolarmente a ottobre. Non arriverà alla fine, sospeso a maggio per sopravvenuti problemi bellici. Per la Juve fu una stagione dignitosa, conclusa in anticipo perchè una sola squadra aveva diritto di accedere alla fase finale, e i bianconeri si erano classificati dopo il Genoa. Anche per i calciatori sta per scoccare l’ora triste della guerra; viene fondato “Hurrà Juventus”, il giornale bainconero che arriverà anche al fronte per raccontare quel che resta del calcio e che resisterà fino all’ottobre 1916, prima di interrompere le pubblicazioni. 1917-19.

I BOMBER SPARANO AL FRONTE. Sono gli anni bui della guerra. I cannoni sostituiscono tristemente i cannonieri, e molti bianconeri partono per il fronte; tra cui gli ex ragazzi del liceo D’Azeglio. Quando i cannoni cessano di seminare terrore, lo sport torna prepotentemente alla ribalta. E il calcio,in modo speciale, viene salutato come segnale di resurrezione. Insieme col ciclismo, che continua ad affascinare le folle. Così la palla torna al centro e la Juventus ricomincia la sua scalata, col professor Corrado Corradini, un poeta, presidente. 1936.

MUORE EDOARDO AGNELLI, SOLTANTO UN 5° POSTO. Dopo i trionfi a catena, ala tragica morte in estate, in un incidente aereo, di Edoardo Agnelli è stata triste presagio di un periodo amaro. Anche se la squadra, pur non vincendo, non crollerà, finendo al 5° posto, nel ca mpionato vinto dal Bologna. Dopo i tormenti della stagione precedente, la Juve sfiora un nuovo scudetto e conquista la sua prima Coppa Italia. 1944.

SI GIOCA IL TORNEO DI GUERRA. È quasi un miracolo se si gioca fino al 1944, un abbozzo di torneo regolare denominato Campionato di Guerra. Grazie al presidente Dusio, industriale, la Juventus diventa Cisitalia e può proseguire, mentre il Torino per un anno si chiama Torino Fiat. Questo fu un torneo strano e improvvisato, ricco di paure e incognite. Tra la fine del ’44 e il e al primavera del ’45 l’attività calcistica è ferma in blocco. La fiammella dello sport viene tenuta accesa soltanto da qualche esibizione, come un paio di derby. Uno si gioca il giorno di Pasqua del ’45 per onorare la memoria di Pio Marchi, glorioso bianconero decaduto sotto i bombardamenti; ma la partita viene sospesa tre volte perchè gli spettatori contagiati dal clima dei tempi si prendono a pistolettate. Il calcio vive giorni difficilissimi, con amichevoli semiclandestine in provincia: l’ingaggio è pattuito in formaggio, burro, sacchi di riso. M al Juve resta unita grazie al carisma di Dusio. Finita la guerra, il calcio riprende faticosamente quota. E le squadre liberate dal regime, ritrovano i nomi tradizionali: Inter, Milan, Genoa. Anche gli stadi abbandonano i nomi imposti dal fascismo, così il “Benito Mussolini”di Torino diventa semplicemente il “Comunale”. 1980.

CALCIO SCOMMESSE SENZA MACCHIA. Gli anni dalla 2° Guerra Mondiale sono passati tra vittorie e sconfitte per la Juve tra i vari campionati e derby…ma esplode il primo calcio-scandalo: il Milan viene retrocesso in B per le scommesse clandestine, con la Lazio. La Juve seconda riesce a non farsi immischiare mai negli strani “giochi” che avvelenano il calcio. 1985.

A BRUXELLS TRIONFO E TRAGEDIA. Bruxelles: un trionfo nell’incubo della tragedia, nel ricordo dei tifosi schiacciati nella calca. L a Coppa Campioni sembra davvero “maledetta”, e non può esserci gioia vera nella vittoria sul Liverpool segnato dalla furia omicida degli holigans. Ma la stagione regala, per fortuna altre soddisfazioni, come la Supercoppa europea conquistata al comunale: neve e ghiaccio sul campo, la Juve organizza squadre d’emergenza per spalare e rendere agibile il campo, affitta centinaia di stufette a gas che sghiacciano il terreno. 1992.

RIECCO BONIPERTI E TRAPATTONI. Giovanni Agnelli, deluso dalla stagione precedente, ha richiamato Boniperti ma anche l’allenatore dei tanti trionfi, Giovanni Trapattoni, reduce da 5 stagioni col l’Inter. Così la squadra ritrova un buon assetto difensivo e funziona, vincendo in campionato il Trofeo Berlusconi a San Siro. Proprio con i rossoneri, duello entusiasmante per l’intera stagione; i bianconeri tengono il passo e pareggiano gli scontri diretti. Alla fine un secondo scontro tutt’altro che deludente. In Coppa Italia, la Juve elimina anche il Milan, ma si deve arrendere in finale all’emergente Parma. 1995.

LIPPI FA SUBITO UN DOPPIO CENTRO. La Juventus viene affidata a Marcello Lippi, reduce dall’aver portato il Napoli in Europa.Mentre Trapattoni emigra al Monaco. Così tra un ritocco in difesa, un rinforzo di vari giocatori come Dino Baggio, la juve vola e prende il largo, vincendo lo scudetto e la Coppa Italia. Da qui il vero inizio di una Juve vincente!!!

LE LORO PIU’IMPORTANTI VITTORIE. − IL 1° SCUDETTO: nel 1905 non si gioca ancora per lo scudetto ma per la “ targhetta”, sono i tempi dei giocatori con i baffoni a manubrio e delle divise mai uguali −

IL QUINQUENNIO: ci fu, agli albori del calcio il domino del Genoa, ma il ciclo dei 5 scudetti consecutivi consegna alla Juventus la popolarità che nessuna altra squadra aveva avuto. − GLI SCUDETTI DI TRAPATTONI: in dieci anni di allenamento alla Juve, il trap perse solo 4 scudetti. − LIPPI ESORDIO VINCENTE: con una nuova dirigenza e Lippi in panchina i bianconeri tornano allo scudetto dopo un’astinenza di nove anni che non aveva precedenti nel dopoguerra. − LE NOVE COPPE ITALIA: come per gli scudetti, anche nel numero delle Coppe Italia la Juventus non ha rivali: ne ha vinte nove, due in più della Roma. − COPPA CAMPIONI , CHAMPIONS LEAGUE, COPPE UEFA ’77-’90-’93, COPPA INTERCONTINENTALE I GRANDI CAMPIONI. ROBERTO BETTEGA. Nel parlare di Bettega è difficile resistere all’incantesimo del suo talento, della sua eleganza. Attaccante puro e poi sempre più versatile e completo, capace di gesti sublimi, come il goal di tacco al Milan. Ma fu escluso dal calcio non solo per la sua malattia polmonare, ma anche per l’ infoturnio a un ginocchio.

LO SCANDALO DI CALCIOPOLI ASSALE ANCHE LA JUVE!!! Lo scandalo del calcio italiano del 2006 è stato, in ordine di tempo, il terzo grande scandalo (dopo quello del 1980, noto come Calcioscommesse e quello del 1986, noto come Secondo calcioscommesse o Calcioscommesse 2) a investire il mondo del calcio italiano, anche se come portata ed effetti è stato certamente maggiore dei primi due. Definito dalla stampa impropriamente Calciopoli (per assonanza con Tangentopoli, laddove in quel caso a reggere l’espressione era il termine tangente), o anche Moggiopoli (la Gazzetta dello Sport lo definì Sistema Moggi) si dipanò, secondo le risultanze processuali, tra il 2004 e 2006, ed emerse il 2 maggio 2006 a seguito di alcune intercettazioni operate dal tribunale di Torino e soprattutto da quello di Napoli (e fuoriuscite a opera di ignoti) nei confronti delle dirigenze di alcuni tra i più importanti club italiani: Juventus, Fiorentina, Lazio e Milan. Sotto accusa in un secondo filone d’indagini anche la Reggina e l’Arezzo.L’accusa principale è di illecito sportivo, verificato nel tentativo di aggiustare gli appaiamenti arbitrali per determinati incontri di campionato o di intimidire (o corrompere) gli arbitri assegnati affinché favorissero le azioni conclusive di una squadra a danno dell’altra. Le accuse rivolte ai molteplici imputati, tra cui spiccano i nomi di Luciano Moggi e Antonio Giraudo per la Juventus, del patron della Fiorentina Diego Della Valle e della Lazio Claudio Lotito, nonché dell’addetto agli arbitri Leonardo Meani per il Milan, spaziano dalla slealtà sportiva all’illecito sportivo, ambedue sanzionate dallo Statuto della FIGC. Coinvolti nello scandalo anche i due designatori arbitrali al tempo delle intercettazioni, cioè Pierluigi Pairetto e Paolo Bergamo, e alcuni arbitri, soprattutto Massimo De Santis, ma anche Paolo Dondarini, Paolo Bertini, Domenico Messina, Gianluca Rocchi, Paolo Tagliavento, Pasquale Rodomonti. Accusati gli stessi vertici della Federcalcio, in particolare Franco Carraro e Innocenzo Mazzini, e dell’AIA, come Tullio Lanese. In totale sono stati deferiti al giudice sportivo 22 personalità legate al mondo del calcio. Secondo l’accusa i dirigenti di società coinvolti intrattenevano rapporti con i designatori arbitrali atti ad influenzare le designazioni per le partite delle proprie squadre in modo da ottenere arbitri considerati favorevoli. In questo erano spesso appoggiati o spalleggiati dagli esponenti della federazione coinvolti nell’inchiesta. Sempre secondo l’accusa era pratica comune inoltrare attraverso i designatori arbitrali o la federazione recriminazioni e velate minacce nei confronti degli arbitri considerati non favorevoli. Particolarmente difficile la situazione della squadra torinese, per cui è stata ipotizzata la presenza di una cupola, una sorta di sistema con cui Luciano Moggi riusciva a gestire le designazioni degli arbitri nelle diverse partite di campionato. Tra i numerosi contatti di Moggi si annoverano figure come Giuseppe Pisanu, l’allora Ministro dell’Interno, oltre ad Aldo Biscardi e Fabio Baldas (alcune telefonate evidenziano come Moggi abbia cercato di orientare l’interpretazione degli episodi mostrati dalla moviola durante Il Processo di Biscardi). Intervenuto in TV alla trasmissione Matrix, condotta dal Enrico Mentana, Paolo Bergamo, uno dei due designatori arbitrali sotto inchiesta, ha affermato che le telefonate a lui ed al suo collega Pierluigi Pairetto da parte dei dirigenti delle diverse squadre erano molto frequenti. Sempre nel corso dell’intervista, l’ex designatore, ha detto che durante la stagione calcistica 2003-2004 ha parlato più volte con l’allora allenatore della Roma, Fabio Capello, per concordare le designazioni delle gare dei giallorossi. La FIGC non ha considerato queste affermazioni sufficienti perché venissero aperti nuovi filoni d’indagine. Sull’inchiesta giudiziaria per truffa in ambito sportivo hanno lavorato quattro procure e il processo si è concluso in tempi rapidi. Il procuratore federale Stefano Palazzi ha richiesto durissime pene per gli imputati: dalla retrocessione alla revoca degli scudetti per le squadre coinvolte, dalla radiazione a ingenti multe per alcuni dirigenti. Il processo, in quanto gestito per intero dalla giustizia sportiva, è durato appena dieci giorni, e la paura che possa prolungarsi (e quindi accavallarsi con l’inizio del campionato di calcio) a causa di ricorsi o appelli al TAR è scongiurata dalla minaccia di un intervento della FIFA o della UEFA, che vietano espressamente un intervento statale negli affari sportivi. Ma la Juve, dopo la fallita conciliazione, vuole a suo rischio e pericolo andare avanti fino alla Corte di Giustizia Europea. Insistenti voci, nel corso dello svolgimento delle indagini, hanno avanzato il timore che la partecipazione della nazionale di calcio italiana ai Mondiali di calcio Germania 2006 potesse insabbiare la vicenda, tuttavia è stato assicurato dallo stesso Ministro per le Politiche Giovanili e lo Sport Giovanna Melandri che questa ipotesi era da scartare. Non sono tuttavia mancate forze politiche, come UDEUR e Forza Italia, che abbiano avanzato la proposta di un’ amnistia generale. Il 21 luglio la Procura di Napoli ha cominciato le indagini attorno ad una serie di nuove intercettazioni che riguarderebbero la società presieduta da Pasquale “Lillo” Foti, la Reggina Calcio, la quale viene indicata come squadra “orbitante del potere moggiano”. Sono stati emessi altri avvisi di garanzia sia per lo stesso Foti che per l’arbitro De Santis e per l’ex designatore Paolo Bergamo, il quale era stato ritenuto non giudicabile nella sentenza di primo grado emessa dalla CAF. Per motivi legati alla slealtà sportiva è finito sotto accusa anche l’Associazione Calcio Arezzo, la cui indagine è stata unita a quella intorno alla Reggina. La Corte Federale ha emesso la sua sentenza d’appello il 27luglio 2006 con i seguenti esiti per la Juventus: retrocessione in serie B con 9punti di penalizzazione e revoca degli ultimi due scudetti!!!

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