Berlusconi, elezioni: ‘Sosterremo Marchini e a Milano il nome c’è’, Giorgia Meloni: “Nella capitale decidiamo noi” | Newsitaliane.it

Berlusconi, elezioni: ‘Sosterremo Marchini e a Milano il nome c’è’, Giorgia Meloni: “Nella capitale decidiamo noi”

Per le elezioni a Sindaco di Roma l’ex Premier Silvio Berlusconi è uscito allo scoperto dichiarando che ‘Sosterremo Marchini’. Una decisione spiegata da Silvio Berlusconi con il fatto che ‘proporre un nostro nome alternativo porterebbe a una sconfitta certa‘.

E presto arriverà la schiarita pure per quel che riguarda la corsa a Sindaco di Milano con il nome di una persona di alto profilo fuori dalla politica. ‘A Milano il nome c’è‘, ha dichiarato l’ex Premier nel precisare d’averne già parlato con il leader della Lega Matteo Salvini che ‘mi sembra d’accordo’.

Questo ed altro, in accordo con quanto riportato da Repubblica.it, ha dichiarato Silvio Berlusconi dal salottino privee della terrazza di un grande albergo romano in occasione dei festeggiamenti per il 40-esimo compleanno di Nunzia De Girolamo.

Nel corso dell’intervista rilasciata al Quotidiano l’ex Premier ha parlato un po’ di tutto, anche del fatto che la Meloni non è intenzionata ad appoggiare a Roma Marchini. ‘Lei sarebbe un buon governatore’, ha dichiarato Silvio Berlusconi parlando del leader di Fratelli d’Italia. E su Verdini l’ex Premier ha rivelato che ‘Non lo sento, no‘, e che ‘non è vero che quella sia stata una operazione concordata. Però la nostra è stata una rottura politica, non personale‘.

Ed alla domanda se sia stato un errore o meno votare l’Italicum, Silvio Berlusconi ha le idee chiare su quello che farà il Premier: ‘Renzi lo cambierà perché gli conviene così‘. ‘Non potrebbe mai ripetere’, ha aggiunto, ‘il 40 delle Europee e con Grillo rischia. Vedrete che lo cambierà.’

Conquistare almeno due città tra Milano, Roma e Napoli per troncare sul nascere il possibile ventennio renziano e dimostrare che il centrodestra italiano esiste ancora e può puntare al governo del Paese. Fattibile: le divisioni a sinistra sono tante, le ferite inferte dalla nomenclatura del Pd agli ideali degli elettori profonde e nella Capitale, la piazza più importante, secondo tutti i sondaggi il candidato sindaco del Partito democratico in questo momento non arriverebbe nemmeno al ballottaggio. Condizione necessaria richiesta a Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia per essere competitivi è presentarsi uniti.

Da questo punto di vista la partenza della campagna elettorale non poteva essere peggiore. Silvio Berlusconi, l’unico in grado di portare unità e ordine, ha creato subito nuova entropia. L’uscita con cui ieri ha bocciato le aspirazioni di Giorgia Meloni a correre per sindaco di Roma alla guida della coalizione è da manuale dell’harakiri politico. Che il candidato nel cuore di Berlusconi fosse Marchini e non la leader di Fdi lo sapeva tutta Roma, oltre ai due diretti interessati. Ma annunciare al quotidiano più ostile al centrodestra (Repubblica) che la scelta era già stata presa («il nostro candidato a Roma sarà Alfio Marchini») senza concordare tempi e condizioni con la Meloni, e farlo con la motivazione (falsa) che «Giorgia punta alla Regione», è un errore che il Berlusconi d’antan non avrebbe mai commesso, pur avendo una capacità di persuasione molto più forte di quella di oggi.

Anche la risposta della Meloni è una di quelle che il Berlusconi di allora non avrebbe mai ricevuto: «Noi di Fdi non siamo in alcun modo disponibili a sostenere a Roma la candidatura di Marchini». Quello che la Meloni non dice è che, ulteriormente motivata dallo sgarbo subito, sta decidendo di candidarsi a sindaco della Capitale, sfidando Marchini.
All’equazione bisogna aggiungere la Lega, ovvero la li- staNoicon Salvini, che dentro al Raccordo anulare, secondo il sondaggio fatto da Demos per la trasmissione “Otto e mezzo”, vale 4 punti: quanto basta per fare la differenza, nella ottimistica ipotesi che si crei davvero una coalizione di centrodestra, per il passaggio al ballottaggio. E se la Meloni corre per conto proprio, è molto più probabile che Salvini si schieri con lei piuttosto che con Marchini. In ogni caso la presenza di due candidati basterebbe a condannare il centrodestra al terzo posto, dietro al candidato a Cinque Stelle e a quello del Pd: niente ballottaggio e occasione clamorosa gettata al vento per il fronte moderato-conservatore.

Tirando le somme, Berlusconi non ha capito una cosa molto importante. Ovvero che in questi anni nel centrodestra, ma fuori da Forza Italia, è cresciuta una classe politica che non gli riconosce quel ruolo egemone che lui invece è tuttora convinto di avere. Quello che a Berlusconi pare un sacrilegio è confermato dai sondaggi, che in molti casi danno la Lega davanti a Forza Italia e ormai fotografano Fdi stabilmente sopra al 3%, cioè oltre la soglia di sbarramento prevista dalla nuova legge elettorale nazionale. Finché l’ex premier non metabolizzerà che i rapporti di forza sono cambiati, e che non può trattare gli alleati come faceva un tempo, continuerà a commettere guai come quello di ieri.

 Però Berlusconi, a sua volta, ha capito una cosa fondamentale, che Salvini e Meloni faticano a realizzare: per vincere, almeno a livello di elezioni comunali, bisogna candidare a sindaco personaggi con un profilo “civico”. Cioè un imprenditore, un prefetto o un altro tipo di civil servant,in ogni caso una figura fuori dal giro dei partiti. Cioè, nel caso del centrodestra, fuori da Forza Italia, ma anche fuori dalla Lega e da Fdi. Perché – piaccia o meno – nella quasi totalità dei casi, messi dinanzi alla scelta tra un politico e un non politico, gli elettori scelgono il secondo. Magari non lo conoscono a fondo, ma in compenso conoscono bene il politico e i suoi compagni di partito, e quello che sanno basta a far mettere la croce sull’altro candidato. Per essere chiari: a Roma, al ballottaggio contro un grillino, avrebbe molte più chance di spuntarla il “civico” Marchini che non la Meloni o qualunque altro politico.

Renzi questo lo ha capito benissimo. Infatti sta preparando una squadra di candidati il cui trait d’union è la non appartenenza alla classe politica. A Milano punta su Giuseppe Sala, ilmanager che Enrico Letta nominò commissario unico di Expo (e pazien- zaperilpovero Emanuele Fia- no).A Roma spera di candidare uno tra Raffaele Cantone, Alfonso Sabella o Franco Gabrielli: due magistrati e un prefetto. A Napoli, per mettere la parola fine all’eterno ritorno di Antonio Bassolino, il premier sta cercando di convincere Mario Orfeo, ex direttore delMattino e attuale direttore del Tg1, a correre per il Pd. Il centrodestra, insomma, rischia di avere due candidati a Roma e di trovarsi un avversario forte come Sala a Milano. Le uniche buone notizie giungono da chi, come Ignazio Marino e Luigi De Magistris, sta sfasciando il fronte della sinistra. Ma per arrivare ai ballottaggi e vincerli ci vorrà molto di più. Volti indipendenti dai partiti, ma condivisi da Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia: chimere, al momento.

Silvio Berlusconi la fa facile. Troppo. Distribuisce candidature come se stesse facendo la formazione del Milan: «A Roma ci metto Marchini, alla Regione Lazio Giorgia Meloni…». Ma qui non siamo a Milanello. E Fratelli d’Italia insorge: «Leggo che, secondo Berlusconi, ambirei a candidarmi come presidente della Regione», replica con una nota molto dura Giorgia Meloni, «non capisco da dove derivi questa convinzione». Non è vero, non se n’è mai parlato, giura il leader di FdI, e comunque sarebbe tutto molto prematuro, dalmomento che «non si sta andando al voto» per le Regionali. «Non ho fondato il mio partito per farmi dire da Berlusconi cosa intendo fare», chiarisce Meloni. Che ribadisce il no a Marchini: «Non siamo disponibili a sostenere la sua candidatura, come ho spiegato più volte a Berlusconi». Fratelli d’Italia, «accreditato come primo partito della coalizione nella capitale», ha chiesto più volte di insediare un tavolo con gli alleati «per trovare un candidato che metta insieme l’intero centrodestra». Però se il Cavaliere vuole fare tutto da solo scegliendo Marchini, Meloni non ci sta: «Facciamo i migliori auguri a loro e noi andiamo per la nostra strada». Magari si candida proprio lei.

Ma Giorgia non è la sola donna che Silvio fa arrabbiare. In un colloquio avvenuto durante il compleanno di Nunzia De Girolamo con un cronista di Repubblica, Berlusconi ha fatto una battuta sul suo essere tornato single: «Adesso cerco un miliardario e me lo sposo», ha scherzato, «faccio un’unione civile…». Francesca Pascale, assente all’evento, non ha gradito. E l’ex premier ieri mattina ha dovuto smentire: «Il mio rapporto con la signora non è in discussione e continua come sempre».

Fortuna che c’è Matteo Salvini a strappargli un sorriso. La Lega non pone veti preventivi su Marchini e, sempre a detta del Cav, sarebbe molto vicina ad approvare il candidato individuato dagli azzurri per Milano: «Una figura estranea alla politica, di alto profilo». Nomi? Giuseppe Sala, chiudendo l’Expo, non nega la sua possibile discesa in campo: «Ne riparleremo», dice il commissario. Il fatto è che Sala ha ricevuto la proposta anche da Matteo Renzi ed è possibile che accetti la candidatura del Pd. Un altro nome che risponde all’identikit berlusconiano è Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio. Stabili le quotazioni del giornalista Paolo Del Debbio, anche se lui rilancia e si candida alla leadership della coalizione.

Intanto martedì o mercoledì ci sarà un incontro, a livello di vertice, tra Forza Italia e Lega Nord, per mettere a punto contenuti e dettagli della manifestazione dell’8 novembre a Bologna. Berlusconi, sfidando la perplessità di molti dei suoi (a partire dai capigruppo Romani e Brunetta e dal vice presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani), ha confermato l’intenzione di essere sul palco accanto a Salvini e Meloni. Però il patto è che il leader leghista non coinvolga il Cavaliere in un happening divario estremismo. Come fu, agli occhi dell’ex premier, la piazza leghista di Roma, tra saluti romani e polemiche anti-eur

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